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LERCIO

Buongiorno, chi è il direttore?

Buongiorno, non abbiamo un direttore, dobbiamo ancora metterci d'accordo sulle regole per le primarie.

Quando è nato Lercio? Dall’idea di chi?

Lercio è nato poco più di un anno fa. È il progetto di fine anno di un corso di phishing. Poi abbiamo pensato che si poteva usare anche per pubblicare notizie farlocche.

Da chi è formata la vostra redazione?

Siamo un manipolo di furfanti che si sono ritrovati con Acido Lattico e che inizialmente si erano annusati nella Palestra di Daniele Luttazzi. In ordine sparso: Manuel Pica, Stefano Cao, Eddie Settembrini, Mattia Uccheddu, Eugenio Iodice, Giuseppe Coppola, Andrea H. Sesta, Andrea Canavesi, Fabio Bellacicco, Quit the Doner, Fabio Corigliano, Massimiliano Rusgnak, Michele Incollu, Claudio Favara, Stefano Pisani, Davide Paolino, Augusto Rasori, Alessandro Cappai, Vittorio Lattanzi, Alfonso Biondi, Piero Lisi, Silvio Perfetti, Gianni Zoccheddu, Adelmo Monachese, Davide Rossi, Marco Bressanini, Francesco Conte, Antonio Pala, Davide Marzorati, Andrea 'Chiorbaciov' Bonechi, Federico Righi, Patrizio Smiraglia, Rosaria Greco, Radu Tanasescu, Sergio Marinelli, Federico Graziani, Andrea Michielotto. Senza contare le decine di lettori che ci hanno inviato i loro formidabili articoli.

Non vorrei mai essere nei panni di Rosaria Greco.

Rosaria è una risorsa fondamentale per il gruppo. Le chiediamo spesso consiglio contando sul suo intuito femminile, per poi ignorarlo perché essendo femmina non capisce un cazzo. Lei ci vuole bene lo stesso, spera di incontrarci tutti insieme e preparare una torta per noi. Così impareremmo la lezione, dice.

A giudicare dalle u c’è un grosso concentrato di sardi.

Costano poco.

Qual è la vostra deontologia?

La nostra che? Cerchiamo di realizzare qualcosa di divertente senza farci arrestare.

La notte dormite tranquilli?

Sì, quindi smettetela di spiarci col binocolo. Non succederà mai nulla di interessante.

E al mattino a che ora vi svegliate?

Quando Dudù ci lecca i piedi.

Quanto tempo impiega la gestione di un sito come Lercio.it?

Più di quanto possa sembrare, ma siamo riusciti a organizzarci in modo efficiente: piccoli gruppi si occupano ciascuno di un differente aspetto gestionale, così possiamo impiegare tutto il nostro tempo libero per cercare di coordinarci.

In America The Onion è un piccolo impero. Lercio può aspirare a una sorte simile?

Ovviamente ce lo auguriamo, ma dovremmo sviluppare un'ottica imprenditoriale, e su questo c'è molto da lavorare. Anche se abbiamo ben presenti i pericoli del successo. Boria, tracotanza, arroganza, declino, solitudine. Poi ci sono anche cose negative (per fare una bella battuta anni Novanta).

Il fatto che siate nati dalle ceneri del blog di Luttazzi idealmente ve ne consegna il testimone. Oggi sul cesso ho pensato che, quando non c’era internet, per vedere un certo tipo di cose in Italia bisognava contare su Luttazzi. E lui raggiunse un apice di popolarità che però lo portò a subire censure e grane legali. Poi la stessa internet ha spazzato via Luttazzi e da un singolo comico di professione, subissato di censure e querele, siamo passati a folti gruppi di autori “anonimi” che fanno satira per hobby, con tutta la libertà che vogliono però con un impatto minore e senza guadagnarci nulla. Come può evolversi secondo voi lo scenario? Per piacere non obiettate che anche Luttazzi era in realtà un folto gruppo di autori.

Visto i recenti scandali sul monitoraggio del web, possiamo immaginare che continueranno ad esserci folti gruppi di autori che fanno satira con un impatto ridotto e senza guadagnarci niente, però con minore libertà. Anche noi come gruppo facciamo ancora satira per hobby. Per essere remunerati, sul web servirebbero numeri davvero grandi. Presto però contiamo di fare il grande salto lanciando la nostra versione del portale di Bancoposta. Nel frattempo non abbiamo trovato nessun testimone lasciato in giro da Luttazzi. Forse ce l'ha ancora lui, oppure qualcuno l'ha fatto sparire.

La qualità degli articoli è mediamente molto alta. Fa piacere tornare a leggere pezzi umoristici più lunghi di una riga.

Grazie, siamo mediamente felici di questo giudizio. Non sempre però andare oltre una riga è la soluzione migliore. Guardate per esempio questa intervista.

Cos’è cambiato dai tempi delle finte copertine de Il Male?

La qualità dell'informazione è calata. Ora scrivere articoli paradossali è più difficile di prima. I media convenzionali raggiungono delle vette insuperabili.

Alcune vostre notizie sembrano scritte apposta per essere prese sul serio dai più ingenui. Perché lo fate?

Non possiamo negare che col passare del tempo abbiamo preso gusto a burlarci ogni tanto dell'ingenuità di molti internauti. Senza contare che spesso sono articoli che hanno una vasta diffusione e ci portano nuovi lettori. Ma ci sono anche altri risvolti interessanti, che fanno di queste notizie quasi un esperimento sociale. Per esempio nell'articolo sul Ministro Kyenge che proponeva di usare gli animali domestici per sfamare gli immigrati, il dato più sconfortante che emerge non è solo che le persone ci siano cascate, ma che quasi tutti, furbi e boccaloni, abbiano dato per scontato che gli immigrati mangiassero abitualmente cani e gatti. Lercio è la parodia di un certo tipo di informazione che va per la maggiore perché fa forza su istinti populisti o frivolezze gossipare. Un'informazione frenetica che può far "perdere la bussola" mettendo in mano strumenti sbagliati per la comprensione. I commenti a questo genere di notizie mettono in evidenza questa situazione.

Contribuire a scatenare confusione non peggiora ancor di più le cose?

L'effetto dovrebbe essere contrario. Se ci caschi una volta, poi magari alla seconda starai più attento. Il Web è pieno di panzane che vengono spacciate per vere senza un velo di ironia da gente in malafede, e che vengono condivise e diffuse da un esercito di lettori superficiali. Il nostro scopo non è scatenare confusione: è un meccanismo evolutivo che si innesca naturalmente. Se una notizia di Lercio, che è un sito dichiaratamente umoristico, ti confonde, beh dovresti porti quache domanda. Prima che una tigre coi denti a sciabola ti faccia estinguere. Tutti quelli che hanno un minimo di buon senso sanno dove trovare le notizie affidabili. Scriveteci e ditelo anche a noi.

Far incazzare la gente è satira?

Ci sono tante definizioni della satira in giro, se far incazzare la gente è satira allora tutti a lezione di satira da Capezzone. Dipende sempre da come la fai incazzare e a quale scopo. Ovviamente Lercio non si pone tutte queste domande. Se le fa porre, ma non se le pone.

Quale articolo vi ha dato più soddisfazioni?

Sono troppi. Tanti sono andati bene, altri meno bene, ma amiamo tutti i nostri articoli come fossero nostri figli. Tutti ci hanno fatto sborrare, insomma. Se dobbiamo citarne uno ci piace ricordare questa ultim'ora: L'Accademia della Crusca si arrende: "Scrivete qual è con l'apostrofo e andatevene affanculo". L'Accademia della Crusca è stata allo scherzo ed è intervenuta su Twitter per smentire la notizia.

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Un bell’articolo che avete preferito non pubblicare.

Non c'è. Invece possiamo raccontarti di una notizia che abbiamo pubblicato per sbaglio. L'ultim'ora “Meteorite delle dimensioni della Sardegna colpirà proprio la Sardegna”. Era uscita sul blog prima dell'alluvione che ha colpito l'isola. Quando c'è stata la tragedia abbiamo scelto di non rilanciare la notizia sui social. Invece, per un errore di programmazione, è apparsa lo stesso su Facebook proprio durante i giorni di lutto, suscitando la reazione sdegnata di molti lettori.

Veniamo all’informazione italica. C’è qualcosa di buono ne Il Giornale?

Certo, per esempio lo stipendio di Sallusti.

La Repubblica o il Corriere della Sera?

È uguale, l'importante è che non si macchi di vernice il pavimento.

Il Fatto Quotidiano è nato con l’intento di non essere finanziato da alcuna lobby. Questa cosa è garanzia di maggiore obiettività?  Farsi finanziare dai propri lettori pregiudica comunque la qualità dell’informazione perché si finirà per adeguarsi più degli altri al dare al pubblico quello che il pubblico cerca.

C'è sempre qualcuno che ti finanzia, quindi sarai sempre condizionato da qualcuno. La soluzione? Diventare plutocrati, aprire una propria casa editrice e pubblicare in libertà. Poi magari compri anche 3-4 reti televisive, una squadra di calcio, … Ops.

Santoro o Floris?

Santoro, se stiamo parlando di un incontro di boxe thailandese.

Un aggettivo per: Studio Aperto.

Preferiamo non parlare della concorrenza.

Porta a Porta.

Lercio.

Andrea Scanzi.

Egocentrico e autoironico. Ha messo il "mi piaccio" a un nostro articolo.

Nando Pagnoncelli.

L'80% cento di noi ha risposto "calvo". Il restante 20% non sa/non risponde.

Ho appuntamento con il misterioso personaggio che si cela dietro il nickname Qualcosa del Genere a Roma, in via del Pigneto.

Cerco di riconoscere la sua figura tra i passanti di questa strada in cui convivono a stretto contatto, ma ognuno al suo rispettivo ciglio, immigrati africani e borghesia radical chic, scenario ricco di contraddizioni che sarebbe molto bello citare nell'introduzione figa a un'intervista. Non riesco a scorgerlo, eppure i messaggi che ci siamo scambiati poco prima dell'incontro lasciavano poco spazio ai dubbi: io gli ho detto che mi avrebbe riconosciuto dalla pelata, l'anellone al dito indice e la scorta di sei uomini, mentre lui si era descritto come la bambina col cappottino rosso di Schindler's List, ma senza gli ebrei grigi attorno.

Dopo qualche minuto finalmente arriva e mi stringe la mano, ed è una grande emozione vedere finalmente il volto dell'amabile persona che è dietro uno dei migliori blog oggi in circolazione.

Qualcosa del Genere

Qualcosa del Genere

Ci sediamo in un bar e iniziamo a dare forma a questa pagliacciata, non prima di aver ordinato da bere.

CS: Hai presente Fabio Fazio che intervista Dario Fo? In questa intervista io sarò un po' più prono.

QDG: È difficile essere più proni di Fabio Fazio, si passa allo yoga.

CS: Il fatto di non rivelare la tua identità è un fatto abbastanza insolito in un’epoca in cui tutti hanno la possibilità di aspirare alla notorietà. Ci sono però anche degli aspetti positivi, nel senso che tu puoi dire quel cazzo che ti pare senza timori.

QDG: L’anonimato è nato per puro caso: all’inizio non avevo nessun motivo preciso, anzi, pensavo fosse normale. C’è stato un momento in cui mi sono reso conto che mi era utile, perché mi ha sempre lasciato la possibilità di scrivere quello che mi pare. E poi sono uno a cui non piace essere al centro dell’attenzione; le volte che è capitato ho cercato di mantenere un profilo basso, di far calmare le acque. Non mi piace che qualcuno si aspetti qualcosa da me. Voglio essere lasciato molto libero.

CS: Secondo me la tua novità consiste nell’utilizzare sapientemente tecniche comiche classiche (che ormai chi è un po’ avvezzo all’argomento conosce) per dire cose talmente estreme da essere divertenti.

QDG: In realtà penso di essere estremamente sopravvalutato. Attendo l’istante in cui la gente si accorgerà che sono una truffa.

CS: Perché proprio la comicità?

QDG: Perché da piccolo non sono stato stuprato da nessuno. No, la verità è che da piccolo un tizio ha cercato di stuprarmi, io sono fuggito e lui mi ha sparato un colpo al cuore. Ma il proiettile è stato fermato da un libro di Gino Bramieri.

CS: È una delusione per tutti se non sei stato stuprato davvero.

QDG: Scrivo cose comiche perché mi diverte. Nell’istante stesso in cui non mi diverto, non ho voglia di scrivere. Quindi dalla mia prospettiva, se quello che scrivo non mi fa ridere, non serve a un cazzo.

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Che Tempo Che Fa presenta: Daniele Fabbri 

 

** Musica di De Andrè ** 

FF: Benvenuti a una nuova puntata di Che tempo che fa, diamo subito la parola a quella maiala di Filippa che oggi ha una sorpresa per noi.

FL: Grazie Fabio, oggi sono nuda per sostenere la causa dei bambini soldato, affinché anche negli Stati Uniti i bambini abbiano il diritto di imbracciare fucili per rispondere al fuoco ed evitare in futuro stragi come quella di Newtown. Oggi saranno qui con noi, in ordine crescente di importanza: Daniele Fabbri, la mascotte di Italia ’90 e Steven Spielberg. Senza dimenticare la nostra Lucianina Littizzetto. Ma iniziamo col nostro primo ospite, comico romano, musicista, sceneggiatore e Dio sa cos’altro, è qui per presentare il suo nuovo fumetto, edito da Made in Kina, “Gesù Cruci Fiction Tour”, da oggi in tutte le librerie del creato, un benvenuto a Daniele Fabbri!

 ** De André a palla **

FF: Ciao Daniele, benvenuto a Che tempo che fa. Come va?

Bene grazie, a parte una tendinite a causa di una ricaduta compulsiva nel vortice della Playstation, che mi sono provocato per apparire un giovane semplice e comune, che fa la spesa al supermercato e predilige l’amicizia e i veri sentimenti. Specie se sono rivolti a Lara Croft.

FF: Puoi sederti. Cominciamo con la domanda che ci poniamo tutti: è vero che all’anagrafe ti chiami Daniele Luttazzi?

All’anagrafe mi chiamo Benedetto Lelio XVI Banfi.

FF: Come sai gli ospiti della nostra trasmissione vengono tutti qui per vendere qualcosa. Tu cosa ci offri?

Ovviamente il mio corpo e la mia dignità. E sto praticando un forte sconto per quelli che volessero acquistare anche il fumetto “Gesù – Cruci Fiction Tour”, scritto insieme a Ste, un giovane disegnatore che si sta facendo un nome e una discreta fama, secondo lui.

FF: Io ho solo fatto finta di leggerlo, l’hanno letto i miei autori per me. Nel fumetto c’è Gesù che torna sulla Terra e decide di fare il comico, incontrando alcuni esponenti del panorama comico nostrano. Serra mi ha detto di notare come, più che fare satira religiosa, il fumetto faccia una satira sul mondo della comicità, italiana per la precisione.

Vero, Michele è sempre molto acuto nelle sue osservazioni. L’idea mi è venuta guardando Titanic. In quel film viene usato un personaggio inventato, Leonardo di Caprio, che come sai non esiste veramente nella realtà ma è soltanto una proiezione olografica del lato tenero di Quentin Tarantino, per raccontare una storia vera. Di solito il personaggio di Gesù viene utilizzato per prendere in giro l’ambiente clericale e la cultura religiosa, ma secondo me è un sistema superato da quando lo stesso Leonardo di Caprio venne utilizzato per la serie Genitori in Blue Jeans, nota parodia del mondo della recitazione.

FF: Il tuo Gesù per fare strada come comico televisivo deve sottostare a tutta una serie di regole. C’è qualcosa di autobiografico? Hai vissuto anche tu sulla tua pelle il suo stesso calvario, visto che sei comico di mestiere? Lo so che è banale chiederlo, ma mi ha chiesto Serra di farti questa domanda. 

Assolutamente no, ho inventato tutto, il mio è un mondo di fantasia, non esiste esattamente come Di Caprio. O la mafia.

FF: Nel fumetto compare anche il nostro amico Brignano, ciao Enrico, alle prese con la sua svolta impegnata, che è consistita nel farsi crescere il pizzetto. Perché hai deciso di attaccare proprio lui? Il fumetto non rischia di perdere freschezza un domani in cui Brignano ipoteticamente ritorni a una più congeniale La Sai l’Ultima?

Anzitutto saluto tanto Enrico, e ti dirò che, al contrario, mi sono ispirato a lui proprio perché la sua svolta al pizzetto gli ha conferito secondo me una sorta di immortalità nella storia della televisione e quindi delle nostre radici tanto cattoliche quanto catodiche.

FF: Scusa se nel frattempo mi faccio un paio di segni della croce, o devo fare ciao ciao a Sanremo.

Davvero penso di non esagerare se dico che il pizzetto di Brignano ha ricordato con grande forza e ha forse anche migliorato la punta di diamante del cinema italiano, i baffi del Petomane del compianto Tognazzi.

FF: Beh, a parte tutto penso che ovunque la comicità mainstream sia più o meno così. 

Sì, perché il target mainstream è prettamente vecchio e/o semianalfabeta, che poi sono le vere radici del nostro paese. Senza di loro non saremmo noi.

FF: Oggi la satira si fa più su internet. La sit down comedy, come mi hanno detto di dire.

Internet ha fatto molto di più, ha cambiato il concetto stesso di Satira, svecchiandola e asportandole le rughe di saggezza con lifting e tiraggi vari. La satira in rete è Cher. Appariscente e di successo per quanto non serva a un emerito cazzo. E in effetti ci tengo a precisare che io non faccio satira, io racconto storie. Se poi ci finisce la satira è un incidente che non potevo prevedere. Anche se, diciamolo Fabio, la satira è nell’occhio dei vergini guardoni.

FF: Ma perché, esiste un tipo di satira che “serve”? (Ti prego di moderare il linguaggio perché siamo in prima serata.)

Esisteva.

FF: Tu dici? Guarda un po’ come siamo messi.
Non dire così, siamo in prima serata!

FF: Scusa, ma devo illudere il mio pubblico di essere un personaggio scomodo. Cosa ne pensi di Twitter? Ho visto che lo usi spesso. 

Twitter mi piace, dà meno importanza agli altri. Penso che tutti i social network siano allegorie tecnologiche dei rapporti umani, e i rapporti umani sono sempre quelli: indispensabili rotture di coglioni.

FF: E del telefono che mi dici?

La batteria non mi dura un cazzo.

FF: Come risponderai a chi commenterà questa intervista insultandoti?

“Grazie e buon lavoro”.

FF: A chi vuoi più bene dei tuoi colleghi di Satiriasi?

Facciamo Satiriasi, non possiamo voler bene.

FF: Va bene, mi piace concludere così, mentre gli addetti ti prelevano per scortarti presso il più vicino nosocomio. Vi ricordo che potete acquistare per una manciata di euro “Gesù – Cruci Fiction Tour” a questo link , ove potrete anche leggere gratis le prime pagine.

E ora non andate via, torniamo subito dopo la pubblicità con delle nuove pubblicità di libri.

 ** De André in cassa dritta **

 – Adrien Vaindoit

Caro pubblico televisivo di emittenti generaliste di nicchia, è con sommo piacere che oggi intervistiamo per voi uno dei volti nuovi della comicità italiana. Formatosi artisticamente con un percorso inizialmente mainstream (Accademia del comico, laboratorio Zelig di Roma e Laboratorio di improvvisazione teatrale Bugiarlab), autore e conduttore della trasmissione radiofonica di scherzi telefonici Chiamata a carico (che tra l’altro ottiene grande successo, almeno a Roma, e almeno a quanto afferma lui stesso), Francesco De Carlo nel 2010 incontra Filippo Giardina e gli altri di Satiriasi, sterzando con decisione sulla strada della stand-up comedy.

Francesco mette in scena un suo primo monologo satirico, dal titolo Eccessiva loquacità, che gira i teatri e i locali di mezzo stivale, e lavora alacremente a un nuovo monologo, quando viene scoperto da Sabina Guzzanti che lo vuole nella sua trasmissione di La7 Un due tre stella, insieme agli altri talenti di Satiriasi Saverio Raimondo e Mauro Fratini. E forse lo avrete visto lì, a sciorinare in diretta TV le sue idee sulle puttane, su Sabrina Misseri e sulle bestemmie.

Ma facciamogli qualche domanda.

Quando hai capito che il tuo percorso di vita era nella comicità?

Quando ho rotto con la mia ex. Dopo otto anni di relazione, mi ha lasciato dicendomi che non la facevo più ridere. Ovviamente c’erano altri motivi, ma quella frase mi ha offeso molto. Quindi è colpa sua. Poi è arrivata Satiriasi.

Anche tu infatti fai parte di quella fucina di giovani talenti. Come procede il progetto?

Giovani non direi… soprattutto dopo tre stagioni tanto estenuanti da un punto di vista umano. Avere a che fare con i comici non è facile, né divertente. Noi peggioriamo di serata in serata, il progetto invece va alla grande e dopo l’estate parte una nuova stagione.

A un certo punto hai deciso di andare in UK per esibirti in delle serate open-mic in inglese. Raccontaci questa esperienza.

ComedySubs ha permesso a molta gente di entrare in contatto con un genere di comicità che qui non si è mai affermato. Volevo capire perché, allora ho tradotto qualche pezzo e sono partito prima a Londra, poi a Edimburgo e ho cominciato a organizzare serate in inglese a Roma. Un’esperienza incredibile (soprattutto considerando il mio accento!). Quello che manca in Italia è la dimensione dei comedy club, dove ci si può esprimere senza troppi problemi davanti a un pubblico molto più rilassato e aperto di quello del cabaret. A Londra ce ne sono centinaia e spero di tornarci presto.

Toglici una curiosità, come si fa a farsi notare da Sabina Guzzanti?

Quando ho vinto il festival di Grottammare nel 2009, la sera della finale lei ha ritirato un premio speciale. Ci siamo conosciuti in quella occasione, poi ci siamo rivisti al Cinema Palazzo Occupato e a Satiriasi. Portare in diretta tv degli sconosciuti che fanno un genere di stand up comedy così particolare è stata una scelta coraggiosa e un risultato straordinario. Siamo tutti molto orgogliosi di aver debuttato nel suo programma. Un altro risultato straordinario sarebbe quello di costruire un circuito di locali in tutta Italia per esibirsi dal vivo…

Nelle tue recenti apparizioni a Un due tre stella ti è stato chiesto di adattare il pezzo al contesto televisivo?

Le modifiche sono state minime: “tu te la scoperesti” è diventato “tu te la faresti”, ci può stare, soprattutto se consideriamo chi è la donna in questione. Credo che la libertà di espressione garantita da Sabina Guzzanti e dal gruppo di autori del programma sia una condizione che non si presenterà facilmente in futuro.

Come sono stati accolti i tuoi pezzi dal pubblico in studio?

Mi manca molto il calore delle serate dal vivo, ma è normale. Per certi versi è un genere nuovo  e in 4 minuti è complicato instaurare un rapporto con il pubblico, mantenendo un ritmo televisivo. Però, sono molto soddisfatto del debutto, anche perché chi viene a vedere le serate live ormai ci conosce e sa quello che proponiamo. Un risultato che abbiamo ottenuto nel tempo. 

A breve metterai in scena il tuo nuovo monologo, Sottilette di nostalgia, di cui presentiamo qui sotto un estratto in anteprima. A differenza del precedente Eccessiva loquacità (da cui sono tratti alcuni dei tuoi monologhi andati in onda su La7) avrà un tono più surreale che satirico. Come mai hai deciso di cambiare registro?

Ognuno ha la sua idea di satira e di comicità e sarebbe problematico fissare delle definizioni o delle regole universali. Per esempio io cerco di non nominare i politici, perché ho paura di legittimarli. Premesso ciò, nel primo spettacolo esprimo il mio punto di vista su alcuni aspetti controversi della vita, parlando anche di esperienze personali. In Sottilette di nostalgia, invece, provo a recuperare la dimensione del gioco e della sorpresa e mi diverto a vedere gli occhi sgranati del pubblico, che non sa mai dove va a parare il discorso. Uno spettacolo è nero, l’altro è molto colorato, siamo ai limiti della schizofrenia.

Una domanda che ormai è un classico per chi viene intervistato sul nostro blog: c’è uno stand-up comedian tra quelli tradotti da noi a cui ti senti più affine?

Bill Hicks ed Eddie Izzard sono quelli che mi piacciono di più (a proposito di schizofrenia…). Il più grande di tutti è sicuramente George Carlin.

Cari exploratori temerari di nuovi territori comici, Stewart Lee ci aveva messo un piede dentro e Johnny Vegas una buona fetta della sua notevole massa, ma con Edward Aczel vi c’immergiamo in pieno. Intendo dire nel mondo alla rovescia dell'”anti-comedy”. Per continuare la metafora duchampiana (e sarebbe un vero spreco non farlo), se Stewart Lee disegna i baffi alla Gioconda, Edward Aczel piazza direttamente un orinatoio in mezzo al museo. Ma è arte (comica)? La discussione è aperta… e iniziamo a parlarne proprio con lui, che ci ha gentilmente concesso un’intervista.

Quando e come hai iniziato a fare il comico?

Circa sei anni fa, all’inizio lo vedevo semplicemente come un hobby. Ho iniziato con le serate di “open mic” e poi ho fatto alcune competizioni. La cosa mi divertiva, quindi ho continuato.

Cosa pensi dell’etichetta di“anti-comedy”?

Abbiamo tutti bisogno di etichette e se il cappello calza… Ci sono stati dei grandi anti-comici nel passato: Tommy Cooper, Lee Dawson, persino Stanlio e Ollio. In un certo senso è l’arte del perdente.

Mi sei sempre sembrato un comico molto originale. Puoi dirci quali comici ti hanno influenzato?

Tutti quelli che ho già nominato. Sono anche un grosse fan di Woody Allen, Frankie Howard e dei Monty Python.

Al Fringe hai un pubblico molto fedele e appassionato, ma mi chiedo come il tuo stile possa funzionare nei comedy club normali. Ci siamo esibiti insieme solo una volta e purtroppo quella volta sei stato vittima di un “heckler”. Come gestisci le serate col pubblico “rumoso” e un po’ brillo dei weekend?

Dipende da caso a caso. Anche se non si finisce mai d’imparare devo dire di essere riuscito a conquistarmi non pochi pubblici del venerdì sera. Ma mi considero ancora un apprendista e posso solo migliorare.

E di serate “corporate” ne hai mai fatte?

Non sono ancora entrato nel mercato corporate, magari in futuro.

Uno dei motivi per cui ti ho sempre considerato una fonte d’ispirazione è che sei il comico più di successo che conosco a non aver rinunciato al suo lavoro “normale”. Come gestisci la cosa? Pensi che non dover sbarcare il lunario con la comicità ti aiuti ad essere originale e a non accettare compromessi?

Senza dubbio. Il mio lavoro è la mia rete di sicurezza. Significa anche che non devo dipendere a tutti i costi dall’approvazione dei promoter, per cui sono libero di correre rischi.

Come ti senti all’idea di venire sottotitolato e introdotto al pubblico italiano?

È un piacere. Spero che quello che faccio si “traduca” bene, in più di un senso della parola, e che la gente mi trovi divertente.

Lo spero anch’io. Grazie ad Edward Aczel e buona visione a tutti.

– Giacinto Palmieri

Continuiamo il nostro viaggio negli scantinati della comicità italica alla ricerca di quelli che potrebbero essere i protagonisti futuri della nostra scena comica. Oggi intervistiamo un autore, attore e regista di Bologna: Bob Ferrari. Dopo una serie di esperienze come autore televisivo negli anni ’90 (ha partecipato, tra le altre cose, ai programmi Mixer, Top Secret, La vita in diretta, Novantesimo minuto, La domenica sportiva e La Melevisione), ha deciso di dedicarsi alla realizzazione di film comici a costo zero. Nel 2000 ha avuto la sua serie TV personale su Telepiù, intitolata appunto Bob Show. Due anni fa ha scritto, diretto e interpretato il lungometraggio L’amore in ballo, da poco disponibile in DVD. Ma è probabilmente il 2010 l’anno della svolta, in quanto Bob ha riscosso un discreto successo al Festival Cabaret Emergente e al concorso SOS Arezzo Cabaret, oltre ad avere avviato una collaborazione con la nota band demenziale Gem Boy per la realizzazione del film a basso costo IROS.

Ma sentiamo un po’ cos’ha da dirci.

Parlaci un po’ di te…

Sono nato 42 anni fa a Bologna. A 18 anni sono diventato un patito di tutto quello che era comicità. Ho fatto molti cortometraggi e mediometraggi, ho fatto cabaret, ho fatto l’autore televisivo, ma solo 2 anni fa ho deciso che per essere veramente felice dovevo provare seriamente a scrivere, dirigere e interpretare un lungometraggio. E l’ho fatto. “L’amore in ballo” è un film costato 400 euro, un prodotto di una povertà imbarazzante ma secondo me pieno di idee.

L’amore in ballo alterna pezzi di cabaret e scene di film. Sembra che tu ti sia ispirato alla serie TV Seinfeld… è così?

Certamente! “Seinfeld” è una delle migliori serie tv mai realizzate, creata da Jerry Seinfeld e Larry David (di quest’ultimo è anche “Curb your enthusiasm”, una genialata pazzesca!). Il mio film è stato certamente influenzato da questi due personaggi. Ho usato uno schema sul quale si basavano molto le prime stagioni di “Seinfeld” e che anche Woody Allen ha utilizzato, certo non in maniera così esplicita. Per l’esattezza ho messo in scena il dialogo continuo tra un uomo e una donna che si trovano a dover passare due ore insieme loro malgrado, contrapposto ai pensieri di lui, mostrati allo spettatore sotto forma di stand-up comedy. Ho messo in pratica quello che avevo imparato scrivendo per la TV (cioè sapendo bene cosa evitare!) e quello che ho imparato facendo cabaret. E il risultato è sempre stato esilarante ovunque l’ho proiettato.

Quanto è autobiografico L’amore in ballo?

Troppo. Dovrebbe esserci un limite su quello che un autore può mettere di se stesso in un film o in uno spettacolo. Non mi è mai capitata la vicenda narrata nel film, ma i pensieri, quindi la malattia mentale, sono i miei. E “L’amore in ballo” si regge sul punto di vista del protagonista, cioè il mio, senza contare le sue paranoie, i suoi gusti e le sue idiosincrasie. Per un periodo, sono uscito con una ragazza conosciuta ad una proiezione del film. Prima mi ha considerato un genio, poi si è accorta che non avevo creato nulla e che ero esattamente come nel film. Adesso mi disprezza e non la sento più. Lo so, questa sembra una gag che dico per risultare simpatico. Non lo è.

Adesso sta per uscire il tuo nuovo film, Iros, che hai girato in collaborazione con i Gem Boy. Dicci un po’ di più sul progetto.

Iros è stato scritto 11 anni fa da me e dal mio amico Marchesucci (spesso co-autore delle cose che faccio). Mai realizzato per mancanza di mezzi tecnici. Oggi tutto è cambiato, basta un pc per fare effetti speciali cazzuti. Per puro caso una mia amica (Belinda Bertolo, fumettista e attrice) mi ha presentato Carletto Fx dei Gem Boy che ha letto la sceneggiatura e gli è piaciuta. A quel punto l’avventura è cominciata. Lo script è stato riscritto adattandolo ai tempi e un pugno di uomini tra attori, attrici e tecnici, diretti dal sottoscritto, ha girato un film di 90 minuti in circa 3 mesi. Tutti hanno lavorato gratis contando su eventuali guadagni futuri. I veri “heroes” sono i componenti del cast e della troupe! È un film molto diverso dal precedente, la comicità nasce dall’assurdità delle situazioni che si creano quando i super-poteri tornano a manifestarsi su un poveraccio che ha dimenticato di essere un supereroe. Il poveraccio lo interpreto io. È stato facile superare il provino per la parte…

Sei riuscito a trovare un distributore per Iros?

Per il momento gli unici che hanno creduto in Iros sono stati quelli del Future Film Festival (anteprima il 21 di aprile a Bologna). Lo hanno selezionato fuori concorso e ci hanno offerto una bella occasione. Già qualche giornale ha parlato di noi e speriamo che si sparga la voce. IROS CERCA DISTRIBUTORE, è questo il messaggio che vogliamo fare arrivare. Comunque per i prossimi mesi stiamo organizzando una serie di proiezioni private, una specie di auto-distribuzione che negli Stati Uniti va molto di moda (vedi Kevin Smith) mentre non è stata quasi mai tentata in Italia.

Oltre a essere attore e regista, sei anche un cabarettista. Che tipo di comicità ti piace mettere in scena? Se dovessi paragonare il tuo stile a quello di un comico famoso, a chi penseresti?

Veramente non mi considero attore, mi metto sullo schermo solo perchè sono di un esibizionismo vergognoso. So interpretare me stesso, nessun altro. Il mio cabaret è schizofrenico, passo da pantomime alla Rowan Atkinson a brevi monologhi molto asciutti che potrebbero ricordare lo stralunato Mitch Hedberg (che mi avete fatto conoscere voi, prima non sapevo a chi paragonarmi). In ogni caso, non penso a nessuno in particolare quando cerco di far ridere, semplicemente ho alle spalle 42 anni di osservazione di “grandi”, quindi ho capito alcuni meccanismi che semplicemente riproduco perchè li ho dentro di me. Chi mi vede per la prima volta dal vivo solitamente mi paragona a Mr. Bean, ma devo dire che i comici che ho avuto come ispirazione sono sempre stati Jerry Lewis, Woody Allen e Paolo Villaggio.

Il tuo comico preferito del parterre di ComedySubs.

Tutti i comici che avete tradotto sono dei fenomeni e soprattutto devo ringraziarvi per avermi fatto conoscere Bill Hicks. Difficilissimo dire il preferito… Concedetemi 3 nomi: Woody Allen, Eddie Murphy e Jerry Seinfeld. Woody è Woody e basta; Eddie è (era) una forza della natura e spero che, visti gli scarsi risultati anche al box-office, abbandoni i film per bambini e torni sul palcoscenico; Seinfeld ha testi semplicissimi e strepitosi e con la sua proverbiale calma li rende irresistibili.

So che hai una passione sfrenata per Jerry Lewis. Spiegaci un po’ i motivi di questo tuo fetish.

Esatto, trattasi di fetish. Infatti potete trovare su YouPorn delle mie brevi clip mentre uso in modo improprio i suoi dvd… Vedevo spesso i suoi film in televisione quando ero al liceo e devo dire che mi faceva molto ridere. Poi, ricordo ancora quella serata: fu ospite di Raffaella Carrà nel 1988 (scusate se dico Raffaella Carrà, non vorrei sbilanciare i criteri di ricerca su Google per il vostro sito). E mi innamorai perdutamente. Registrai quella partecipazione in vhs e continuai a guardarla in loop. Ci sono reazioni chimiche inspiegabili… Da allora mi sono documentato, comprato libri, recuperato video inediti. È il più grande comico cinematografico del dopoguerra, ha fatto suo il bagaglio artistico di gente come Chaplin, Keaton e Laurel & Hardy e ha creato un nuovo stile. Steve Martin ha detto: “Tutto è cominciato con JL”. Ed è vero. Pensiamo a molti che hanno fatto comicità dopo di lui: Woody Allen, Mel Brooks, John Landis, Eddie Murphy, Chevy Chase ecc. fino ad arrivare ai contemporanei Jim Carrey, Adam Sandler. E senza contare gli italiani: Celentano, Franco Franchi, Montesano e anche Villaggio. A questo punto potrei arrivare a gridare “Jerry santo subito!”. Ma “modero il mio entusiasmo” (come Larry David) e vi saluto ringraziandovi della pazienza.

Noi ringraziamo te e ti auguriamo che i tuoi film abbiano sempre più successo. Per quanto riguarda voi che leggete, eccovi un filmato tratto da L’amore in ballo, in  cui Bob ci spiega come imitare Sylvester Stallone.

For the English text of the interview, please click here.

Signor presidente, onorevoli ministri, oggi tanto per cambiare non vi proponiamo uno stand-up comedian pluriblasonato, il solito vecchio mostro sacro che tutti conoscono, ma intervistiamo per voi una giovane fanciulla che sta compiendo i primi passi nel mondo della stand-up comedy. E che passi! Solo ieri, la nostra Diane Spencer ha vinto il prestigioso premio di “Best Newcomer” nei Chortle Awards, gli oscar della comicità britannica.

Ma facciamo un passo indietro. Diane si è dedicata per tutta la vita al teatro “serio”: lo ha studiato, lo ha recitato, lo ha insegnato. Poi si è trasferita per amore in Nuova Zelanda, dove ha perso quasi subito l’amore, ma ha in compenso trovato la vocazione di stand-up comedienne. Ha iniziato a esibirsi nel 2006 nei comedy clubs di Auckland, per arrivare nel 2009 a mettere insieme il suo primo monologo lungo: TamPomPom. Quello spettacolo è poi stato pubblicato su DVD con il titolo di Wit, Charm and Filth, e Diane è stata così generosa da consentirci di farvelo visionare integralmente.

Dopo di che, Diane è tornata a vivere in Inghilterra e ha scritto altri due monologhi: Lost in the Mouth Specific nel 2010 e All-Pervading Madness, con cui sta girando i teatri in queste settimane. Ma facciamole qualche domanda:

Guardando Wit, Charm and Filth, mi è parso di capire che tu abbia fatto teatro serio fino a quando non ti sei trasferita in Nuova Zelanda, dove hai finalmente trovato la tua ispirazione comica. Com’è andata veramente? La tua esperienza come outsider ha stimolato la tua vena comica?

No, in realtà ho studiato teatro per tutto il mio corso di studi – ero brava in tre cose: l’arte, il teatro e far ridere la gente. Adoravo la scienza, ma sono negata in matematica. La matematica sfortunatamente è il mio tallone d’Achille, ed è un peccato, perché è un’abilità fondamentale e meravigliosa: Nettuno è stato scoperto tramite calcoli matematici, non con l’osservazione. Non ho fatto standup prima dei 25 anni, e allora avevo già avuto due “carriere” a tempo pieno: insegnante e direttrice di progetto, e mi ero spostata in un’altra nazione. Ho sempre fatto ridere le persone nelle conversazioni di tutti i giorni, amo raccontare cose alla gente e osservarne le reazioni. Essere “outsider”, come dici tu, o “immigrata” come in realtà ero, voleva dire non avere nessun limite o reverenza preconcetta nei confronti di certi posti o di certe persone, a differenza degli aspiranti comici locali. Per me niente era impossibile, perché non ero cresciuta lì, non avevo imparato i miei confini e i miei limiti, non so se mi spiego. Quando si cresce dentro una cultura, si impara qual è la gerarchia delle arti, ma senza questa gerarchia sono andata un po’ a tentoni senza alcun preconcetto, e m’è andata bene! Il mio lato comico è sempre stato lì, ho solo trovato un modo di utilizzarlo che si addice al mio processo creativo e al mio modo di interagire con la gente

Certamente c’è un sacco di spirito (Wit) e di fascino (Charm) nel tuo spettacolo, ma devo ammettere che sono rimasto molto colpito dalla quantità di volgarità (Filth). Sembri essere perfettamente a tuo agio in proposito. Perché hai deciso di insistere così tanto con i toni forti?

Non è che ho proprio “deciso”, scrivo solo quello che trovo divertente. Tutto quello che scrivo parte da qualcosa di vero, poi ci aggiungo il linguaggio, le descrizioni eccetera, per renderlo più colorito e gradevole da ascoltare. Semplicemente, penso che le storielle licenziose e la volgarità siano divertenti. “Volgarità” è una parola strana, che non avrei mai scelto da sola. Il titolo deriva da una recensione che qualcuno ha scritto per lo spettacolo. Preferisco quando mi chiamano “piacevolmente schietta”! Quasi tutti fanno sesso, quasi tutti si trovano in situazioni imbarazzanti, io come comica invito la gente a riderne.

Visto che ne sappiamo poco o niente, dicci qualcosa sulla scena comica Neozelandese… è diversa da quella inglese?

Molto. C’è un solo club che propone stand-up comedy a tempo pieno. Comunque è una scena molto positiva e florida, mi hanno detto che c’è stato un enorme aumento delle iscrizioni al New Zealand Comedy Festival quest’anno. Esiste anche la NZ Comedy Guild and Trust, un consorzio che si occupa di sviluppare la comicità neozelandese e aiutarla a crescere. Le emittenti televisive laggiù hanno iniziato a investire di più nella comicità dal vivo e stanno portando i comici sulla TV nazionale, il che è un’ottima cosa per creare interesse. Però è abbastanza difficile guadagnarsi da vivere facendo solo il comico a tempo pieno, specialmente se si è agli inizi. Alcuni comici neozelandesi ci hanno messo anni a farsi un seguito e meritano il successo che hanno in patria, e alcuni di loro vogliono qualcosa in più, come farsi strada nel mondo. Ecco perché molti artisti geniali neozelandesi, come Sam Willis “Il Ragazzo con il Nastro in Faccia”, Jarred Christmas eccetera, hanno tutti deciso di affacciarsi alla scena internazionale. Ed è una fortuna per tutti noi, se l’hanno fatto!

Molti comici hanno la “fortuna” di avere un corpo comico, che da solo basta a predisporre il pubblico al riso (Rowan Atkinson, Emo Philips, Miranda Hart, Dawn French). Tu invece sei una fanciulla attraente. Si fa più fatica a far ridere la gente quando si è belli?

Beh, prima di tutto, grazie! Non mi considero molto più bella di chiunque altro – sta tutto nell’occhio di chi guarda, il fatto di essere attraenti oppure no. Non ci penso, ma mi assicuro di non indossare niente di troppo elegante o vistoso quando salgo sul palco, perché voglio che la gente ascolti quello che dico anziché concentrarsi su quello che indosso.

Nel mondo della comicità di lingua inglese sembra esserci una qualche riluttanza ad aprirsi verso altre culture. Come ti è venuta l’idea di far sottotitolare il tuo spettacolo in italiano? Cosa speri di ottenere?

Sapevo del debole di Eddie Izzard per la traduzione in francese. Mi è sempre piaciuto imparare altre lingue, e quando viaggio in qualche nazione straniera mi piace essere capace di dire almeno “ciao, per favore e grazie” – pertanto lo so dire in circa 5 lingue, tutto qui! Inoltre, ho letto un articolo scritto da uno dei vostri traduttori, pubblicato su Chortle. È stata più una cosa da “perché no”, piuttosto che “perché”. Ad alcuni inglesi piace il mio senso dell’umorismo, quindi sono sicura che piacerà anche agli italiani. Come minimo spero che se qualcuno sta passando una brutta giornata e inciampa nel mio video, per lo meno riderà guardandomi, si tirerà su e non starà più troppo male. Sarebbe un buon inizio. Poi chissà, magari Silvio Berlusconi mi inviterà a esibirmi davanti a 200 dei suoi amici più ricchi e ubriachi e me ne andrò carica di regali come diamanti, scarpe spettacolari e un intero parco macchine!

Oh, ma sei troppo anziana per Berlusconi: hai la patente. Ma questa è satira politica, e non ne ho vista molta nel tuo show. Che ne pensi della satira? Ce n’è nel tuo nuovo spettacolo?

Penso che la satira politica sia importantissima. Adoro quando i comici descrivono la situazione politica in un modo in cui nessuno aveva pensato prima, perché stimola ulteriori riflessioni, stimola a partecipare al processo decisionale che influenza le nostre vite, a opera di un piccolo gruppo di persone che molti di noi, in teoria, hanno scelto. Mi piace la satira e uno dei miei comici preferiti, Doug Stanhope, parla del potere del governo e ne mette a nudo le ipocrisie. Io sono ancora giovane, come comica, lo faccio solo da 4 anni e adesso sono arrivata al punto di interessarmi al messaggio implicito contenuto in quello che dico, oltre che di quello esplicito. Per adesso mi interessa solo divertire la gente. Quelli che hanno avuto una lunga giornata di lavoro, magari sono stanchi o malati, e non vogliono pensare a niente di serio o di importante almeno per un’ora della loro vita – questo è importante quanto la satira, ed è ciò che faccio adesso.

E noi siamo lieti di goderci i risultati di quello che fai. Ringraziamo Diane per averci scelto come suoi traduttori ufficiali per l’Italia e… buon divertimento con il suo show. Vi facciamo cortesemente notare che si tratta di una playlist composta da sette video.

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Gesuiti, euclidei, l’ospite che viene oggi a far visita al nostro prestigioso salotto è Giorgio Montanini, cui, da adulti consenzienti, dedichiamo questo marchettone in vista di “Nibiru“, il monologo con cui sarà a Roma dal 3 al 6 marzo al Teatro Alba (zona San Giovanni). Abbiamo conosciuto Giorgio, come se ci fosse bisogno del plurale, all’oramai tradizionale appuntamento capitolino dal vivo con Satiriasi, il Colorado Cafè corretto al cianuro di cui sovente vi abbiamo parlato e il cui nome mai fu così attuale. È lui il comico che raccoglie l’ancora madido testimone di Saverio Raimondo, miracolosamente sopravvissuto ai commenti fatti piovere sulla sua intervista dalla nostra utenza di espertoni. Lo rispettiamo per il coraggio.

Giorgio vive a Fermo, località di una regione non meglio precisata, e ogni due settimane si reca in via dei Sabelli a Roma per esibirsi di fronte al nutrito (da quest’anno c’è anche il buffet) pubblico del Mads. Lo raggiungiamo nel backstage sottraendolo a orde di creditori e gli chiediamo: caro Giorgio, chi te lo fa fare?

Sai chi me lo fa fare? Mio padre che, per 40 anni, ha lavorato 12 ore al giorno svegliandosi alle 6. Ho pensato che qualsiasi altra forma di impegno sia migliore del lavoro salariato o sotto padrone. Ho scelto di fare il comico soprattutto perché la mattina non ho la sveglia.

Parlaci della tua carriera di comico, giusto per capire un po’ chi cazzo sei.

La mia “carriera” di comico è iniziata molto tardi, tre anni fa. Ho iniziato come attore di teatro classico, cortometraggi, film addirittura qualche fiction… Poi mi sono innamorato della comicità forse perché l’ho sentita più nelle mie corde. Quindi ho iniziato le prime serate facendo dei personaggi, ma sono passato quasi subito al monologo. Ho iniziato come credo tutti, facendo il cabarettista. E devo dire che il cabaret è una buona palestra, ho avuto le mie soddisfazioni, ho vinto festival molto prestigiosi, partecipato a importanti esperienze artistiche, ma ad ogni serata di cabaret avevo sempre la sensazione di essere castrato. Il dover misurare il tenore e il contenuto di quello che dici è il delitto più efferato che si può compiere nei confronti di un comico… Di qualsiasi artista in generale.
Il passo verso la stand-up e la satira è stato breve.

La scelta di abbandonare le varie sagre della pantofola (se le hai abbandonate del tutto) e di dedicarti alla satira dura e pura secondo te pagherà anche dal punto di vista economico oltre che spirituale? In fondo un mercato c’è ed è florido, e lo dimostrano le persone che affollano il locale in cui fingiamo di trovarci ora.

Per evidenti motivi economici, le sagre della pantofola non le ho ancora abbandonate del tutto, ma la situazione rispetto all’anno scorso è migliorata tantissimo.
Debutto con uno spettacolo di satira vietato ai minori di 18 anni che farà un bel giretto nei teatri ed è interamente prodotto e distribuito da un ente regionale e da un comune.
Credo il primo esempio di finanziamento pubblico per parlare di pompini con ingoio.
Quindi sì, credo ci sia un’ottima possibilità di penetrare un mercato e un pubblico che non vede l’ora di ridere in modo diverso.

Sono tempi in cui le battute vanno molto di moda. Alle notizie via via più degradanti dei giornali seguono elenchi di battute divertentissime che sembrano diventate più un esercizio di stile che un attacco vero e proprio al potere (ok sto parlando di Spinoza) è possibile secondo te che ci sia una “saturazione” della satira?

La saturazione della satira la vedo come una contraddizione in termini, ci può essere una saturazione della respirazione? Se non hai più bisogno di respirare vuol dire che sei morto. Se non c’è più bisogno della satira vuol dire che sono morte le coscienze. Spinoza è un altro paio di maniche.
Spinoza è, giustamente come dici tu, un esercizio di stile, è un tecnicismo, è un po’ come “Vieni via con me” di Fazio, facciamo vedere quanto siamo bravi, belli e buoni.
I cattivi sono tutti gli altri. Spinoza è una sorta di masturbazione comica. Fare battute non è difficile, s’impara.
Io ho voglia di raccontare quello che penso in forma comica e come espediente ho la battuta. “La risata è il mezzo non il fine”, direbbe un tale (F. Giardina).

Nei tuoi pezzi cui abbiamo assistito non compare mai la parola “Berlusconi”. Credi che l’argomento non abbia più del materiale originale da regalare?

Il fatto che nei miei pezzi non compare Berlusconi, si allaccia con quello che stavamo dicendo prima. Fare la battuta sull’attualità a me non serve, non lo ritengo utile per veicolare quello che penso. Ciò che voglio raccontare, esprimere, chiamalo come vuoi, dovrà avere la forza di essere valido anche dopo che Berlusconi sarà diventato un brunch per lombrichi. Non mi interessa scrivere battute a scadenza come lo yogurt magro, che è un po’ il difetto che rilevo in Spinoza.
Prendi i pezzi dei migliori comici americani, Lenny Bruce, Bill Hicks, George Carlin e così via: il 90% dei loro monologhi, a distanza di vent’anni e più sono attualissimi.
Perché le contraddizioni che mettono in evidenza erano valide allora come ora. Berlusconi è una contraddizione vivente, Benigni negli anni ’80 ne parlava malissimo dicendo che era un maiale, o Andrea Pazienza (mio conterraneo), quando per quasi tutti era un grande imprenditore.
In quel momento, o appena sceso in politica, aveva il suo perché. Adesso che bisogno c’è di mettere in evidenza quello che TUTTI sanno già e per il quale TUTTI hanno già un’opinione? Non sarà Spinoza e tantomeno Fazio, piuttosto che la Littizzetto, ad aver qualcosa di originale da dire su Berlusconi. Figurati io. Non mi interessa proprio.

Se avessi la possibilità di avere uno spazio in tv, come lo useresti?

Non credo che avrò mai uno spazio in TV, ma credo che se lo avessi, passerei tutto il tempo a mia disposizione a tirare fuori tutta la merda che negli anni m’è sgusciata dentro e la tirerei in faccia a tutti quelli che mi guardano. Un po’ di quella merda è uguale a quella che hanno loro. Sarebbe di grande utilità sociale. Siamo tutti un po’ marci, no?

Io soprattutto durante la digestione. Perché hai scelto di esprimere il tuo pensiero proprio attraverso la comicità, piuttosto che in altre forme?

Ho scelto la comicità perché è la forma più diretta e forse più adatta alla mia incredibile pigrizia. Fare l’attore è molto più dura di fare il comico, parlo per esperienza. L’attore la mattina si sveglia anche alle 5. Io odio la sveglia. Trovo che il doversi svegliare in modo artificiale sia da paese incivile, da barbari. Gli occhi devono aprirsi in modo naturale. Se non facessi il comico farei la cubista o il metronotte.

Quello che fai tra Babbo Natale e Dio è un paragone a me molto caro. È vero che ti sei fatto sbattezzare?

Quello fra Babbo Natale e Dio nasce da una mia esperienza vissuta veramente, paradossale a dir poco. Sì, mi sono sbattezzato per una sorta di coerenza e scelta politica. Coerenza perché non sono cattolico, quindi non voglio essere battezzato. Finché sei battezzato rimani formalmente cattolico. Politica perché, se tutti i non cattolici si sbattezzassero, come scelta, come gesto di rifiuto nei confronti della chiesa cattolica, il Vaticano non avrebbe tutto il potere che ha ora. Potere politico, intendo.
Quando la Chiesa interferisce su questioni che riguardano lo Stato, e quindi laiche, lo fa in nome dei 40 e passa milioni di cattolici in Italia. Se da 40 passassero a 4 milioni (i cattolici veri non sono di più, forse meno) il loro potere “contrattuale” sarebbe infinitesimale.

Per non parlare del potersi fregiare del titolo di “Apostata”.
Veniamo alle domande difficili. Secondo te la satira può cambiare le opinioni della gente o predica solo ai già convertiti?

La satira non deve far cambiare opinione alla gente. La satira propone dei punti di vista differenti da quelli socialmente riconosciuti in qualsiasi ambito e su qualsiasi cosa. Mette in risalto le contraddizioni dei poteri precostituiti che, pur passando gli anni, restano sempre le stesse. La satira, al passo coi tempi, smaschera queste contraddizioni. La vedo come una nuova forma di resistenza. Poi ognuno la pensi come cazzo vuole, lungi da me l’essere portatore di verità.
Grillo che crede di essere ed è creduto essere il nuovo messia, ha fatto bene a fare un partito (lui nega, ma la sostanza è quella). Da quando ha iniziato a dividere tutto tra buoni e cattivi, mettendo i suoi sempre tra i buoni, ha esaurito il suo valore satirico e ha espletato quello partitico. Parla da capopopolo.
La satira infrange tabù, informa, fa politica, smuove le coscienze, divide, indigna, fa ridere, ispezioni rettali, ma non indottrina, e quindi non predica.
La satira è a disposizione di tutti, e ad ognuno stimola qualcosa di differente. Sta ad ognuno di noi interrogarsi sul significato di quello stimolo.

Metti in ordine di pornografia i seguenti oggetti: Dvd di Rocco Animal Trainer 17, plastico di casa Misseri, vibratore Bontempi a 4 velocità, una prima pagina a caso de Il Giornale, scaletta di Pomeriggio 5.

Io sono un grande estimatore del porno, per me il porno è una cosa seria e soprattutto ha un’accezione positiva. Quindi all’ultimo posto sicuramente il Giornale e la scaletta di Pomeriggio 5… Tranne se imbevuta degli umori della D’Urso.
Al primo posto, ma si tratta di gusti, il plastico di casa Misseri, sono tra quelli (come Francesco De Carlo) che si scoperebbe Sabrina Misseri o Anna Maria Franzoni.

E, dopo questo messaggio d’amore, salutiamo il nostro Giorgio Montanini e vi diamo un assaggio di “Nibiru”, che debutterà nella regione nota, a suo dire, come “Marche” il 19 febbraio 2011.

Ci scusiamo per la qualità del video.

– Adrien Vaindoit


Arricchiamo il catalogo delle nostre interviste con una chiacchierata con Giacinto Palmieri, comico anglofono con natali italiani.

Laureato in filosofia in Italia e con un master sempre in filosofia preso a Londra, Giacinto al momento è programmatore presso un’azienda londinese e si sta affacciando sulla scena della stand-up comedy nella capitale britannica… e non solo. Infatti, è stato presente al festival di Edimburgo nel 2009 con uno show gratuito di mezz’ora e quest’anno con uno spettacolo a pagamento di un’ora, dal titolo “Giacinto Palmieri is trying to be Italian”. Oltre a questo, sempre nel 2010 è stato finalista nella prestigiosa competizione Hackney Empire New Act of the Year (una competizione così selettiva che Eddie Izzard all’epoca arrivò solo terzo). Nonostante questo, Giacinto non si definisce ancora un professionista della risata. Last but not least, Giacinto ha iniziato ad aiutare noi di ComedySubs con qualche revisione e con qualche traduzione, fatto che senza dubbio contribuirà a dargli eterna gloria.

Caro Giacinto, benvenuto su ComedySubs. Sei italianissimo eppure fai comicità esclusivamente in inglese. Come mai questa scelta?

Sono a Londra da dieci anni e faccio comicità da circa due anni e mezzo, quindi in un certo senso l’inglese è la mia lingua madre come comico. È successo che da straniero ho iniziato a osservare cose che mi sembravano bizzarre e buffe e ho iniziato a scrivere queste osservazioni. In particolare mi è capitato di scrivere un finto studio antropologico in cui prendevo in giro la tradizione inglese della festa di Natale aziendale e per errore l’ho inviata al capo della mia ditta di allora. Invece di licenziarmi, l’ha letta davanti a tutti durante appunto la festa di Natale aziendale, dicendo che gli era arrivata da un dipendente, ma senza citare il mio nome. La cosa mi ha fatto piacere, ma mi ha irritato il fatto che qualcun altro si prendesse le mie risate. Nel frattempo però ho scoperto i “comedy club” nei pub e ho fatto due più due: ho capito che potevo mettere in scena io stesso il mio materiale. Così ho iniziato a esibirmi, ma ovviamente ho sempre scritto materiale in inglese perché avevo in mente il pubblico di Londra e poi di Edimburgo. Tra l’altro uno dei miei temi è lo “shock culturale da ritorno”, il fatto che vivere all’estero ti cambia al punto da farti sentire uno straniero nel tuo paese nativo e la difficoltà che avrei a fare comicità in Italia e in italiano è un buon esempio in tal senso. Quindi avrei da ridire sul tuo “italianissimo”… tra l’altro ora ho acquisito anche la cittadinanza britannica, proprio per confondere ancora di più le idee.

Se non sbaglio hai origini pugliesi, proprio come me.

Sì. Tra l’altro, la storia delle mie origini pugliesi e del mio essere nato a Milano ha fatto parte del mio ultimo spettacolo a Edimburgo. Da lì probabilmente è nato il mio scetticismo verso ogni discorso “forte” d’identità culturale. Essere un milanese-pugliese è stato un ottimo esercizio per diventare poi un italo-britannico, ed entrambe le esperienze sono un’ottima occasione per dimostrare che ciò che conta alla fine è cosa abbiamo deciso di essere, le scelte che abbiamo fatto nella nostra storia individuale. Dopo uno dei miei spettacoli a Edimburgo, una spettatrice ha riassunto brillantemente il tutto dicendo: “Le persone non sono alberi, non hanno radici”.

Che ne pensano gli inglesi del tuo fortissimo accento italiano?

La cosa buffa è che molti pensano che sia esagerato per fini comici, mentre è assolutamente autentico! Mi è utile per creare delle aspettative di italianità che poi mi diverto a sovvertire, per esempio raccontando proprio della mia scelta di diventare cittadino britannico. Non credo costituisca una barriera a farmi capire, almeno non a Londra o nei festival. Però ho sempre fatto più fatica nella provincia inglese e forse una delle cause è proprio una minore familiarità con gli accenti stranieri e, in generale, con l’esperienza molto londinese di contaminazione culturale che costuisce il mio punto di partenza.

Da quello che puoi vedere e dalla tua esperienza personale, cosa differenzia la scena comica italiana da quella inglese?

Premetto che conosco poco la scena comica italiana attuale. Credo però che ci sia prima di tutto una sproporzione in termini di dimensioni. Per fare un esempio, una competizione per nuovi comici alla quale ho partecipato aveva più di mille iscritti! Uno dei fattori è l’onnipresenza dei pub, che rende facilissimo metter su un comedy club praticamente a costo zero. All’altro estremo della piramide ci sono gli spettacoli nei palasport, che quest’anno hanno fatto registrare il record di vendite. E in mezzo c’è il Festival di Edimburgo, il più competitivo al mondo. In tutto questo la televisione è importante, ma meno che in Italia o negli USA. Per esempio, Daniel Kitson a Edimburgo riempie un teatro da 2.000 posti tutti i giorni per un mese alle 10 di mattina senza essere mai apparso in televisione. Sul piano dei contenuti, mi sembra che in Italia si faccia più “character comedy”, cioè ci siano più comici che si esprimono attraverso la maschera di un personaggio, spesso usando tormentoni facilmente memorizzabili e quindi più telegenici, mentre qui ci sono più comici che si esprimono in prima persona. Credo che qui ci sia anche una maggiore attenzione al linguaggio. Sul piano dello stile, credo che in Italia sia più enfatico e fisico mentre qui è più “deadpan”, cioè più “all’inglese”, appunto.

Pensi che la scarsa presenza del punto di vista nei comici italiani possa essere anche riconducibile alla nostra particolare situazione politica?

Non ci avevo pensato, ma suona plausibile, effettivamente nascondersi dietro un personaggio è più facile anche dal punto di vista politico. Tra l’altro durante il Festival di Edimburgo sono stato intervistato da Radio 24, la radio del Sole 24 Ore. Mi hanno chiesto se l’Italia all’estero facesse ridere e io ho risposto: “Sì, dato chi ci troviamo come Primo Ministro, ma è una risata molto amara”. Ho poi aggiunto come Berlusconi sia fonte d’imbarazzo costante per noi italiani all’estero. Beh, in 8 minuti d’intervista, quella è stata l’unica parte che è stata tagliata! Ho subito detto ai miei amici: ormai sono un vero comico italiano, sono stato censurato anch’io!

Tra l’altro, so che stai per tornare in Italia a breve…

Si. Qualche tempo fa qui a Londra sono stato invitato a esibirmi durante la presentazione di un libro di Delia Chiaro, docente d’Inglese all’Università di Bologna e studiosa di comicità, in particolare in relazione al linguaggio e a problemi di traduzione. Dato che molto del mio materiale verte proprio sulle differenze tra la lingua italiana e quella inglese, lo spettacolo ha funzionato molto bene, per cui ora sono stato invitato a esibirmi il 22 ottobre, nel corso di un convegno internazionale sulla traduzione cinematografica e televisiva organizzato dall’Università di Bologna presso la sede di Forlì. Sarà la mia prima esibizione in Italia, anche se sarà in lingua inglese. Non vedo l’ora, anche perchè credo che il tema della differenze linguistiche sia un po’ la mia nicchia: mi interessa di più di quello delle differenze culturali ed è meno affollato, dato che ci sono pochi comici bilingue in grado di occuparsene.

Ci sono dei comici famosi a cui ti sei ispirato o che vedi come modello ideale?

Quando ho iniziato paradossalmente conoscevo pochi comici, e questo forse è stato un bene. Ora ovviamente è diverso, in due anni e mezzo nel settore ho visto molto, sia dal vivo che registrato. Ultimamente sono affascinato dai comici che fanno spettacoli tematici, cioè che raccontano una storia o svluppano coerentemente un’idea, in particolare Richard Herring, Dave Gorman e Alex Horne. Uno dei motivi è che mi piacerebbe fare altrettanto ma non ci sono ancora riuscito. Poi il comico tedesco, ma residente in Gran Bretagna, Henning Wehn mi ha influenzato per il modo molto intelligente in cui gioca con gli stereotipi. Ora però sto sviluppando il tema della lingua e lì il punto di riferimento naturale è Eddie Izzard. Gli americani li conosco meno, ma mi piace molto l’intellettualismo senza vergogna di Demetri Martin. Invece molti citano Bill Hicks come modello: mi piace, ma lo sento molto lontano. Anche se quando ho letto che si definiva “Noam Chomsky with dick jokes” ho pensato: “Anch’io! Aspettate di vedere le mie battute sulla grammatica trasformazionale”.

Grazie a Giacinto per le sue risposte e la sua disponibilità. Invito tutti quelli che vogliano vederlo dal vivo o semplicemente tirargli dei vegetali addosso a non perdere il suo spettacolo del 22 ottobre a Forlì. Intanto, vi proponiamo un breve estratto da un suo show, purtroppo senza sottotitoli perché… è semplicemente intraducibile! Buona fortuna…

> – sei italianissimo eppure fai comicità esclusivamente in inglese. come mai
> questa scelta?
>

Sono a Londra da dieci anni e faccio comicità da circa due anni e
mezzo, quindi in un certo senso l’inglese è la mia lingua madre come
comico. È successo che da straniero ho iniziato ad osservare cose che
mi sembravano bizzarre e buffe e ho iniziato a scrivere queste
osservazioni. In particolare mi è capitato di scrivere un finto studio
antropologico in cui prendevo in giro la tradizione inglese della
festa di Natale aziendale e per errore l’ho inviata al capo della mia
ditta di allora. Invece di licenziarmi l’ha letta davanti a tutti
durante appunto la festa di Natale aziendale, dicendo che gli era
arrivata da un dipendente ma senza citare il mio nome. La cosa mi ha
fatto piacere, ma mi ha irritato il fatto che qualcun altro si
prendesse le mie risate. Nel frattempo però ho scoperto i “comedy
club” nei pub e ho fatto due più due, ho capito che potevo mettere in
scena io stesso il mio materiale. Così ho iniziato ad esibirmi, ma
ovviamente ho sempre scritto materiale in inglese perchè avevo in
mente il pubblico di Londra e poi di Edimburgo. Tra l’altro uno dei
miei temi è lo “chock culturale da ritorno”, il fatto che vivere
all’estero ti cambia al punto da farti sentire uno straniero nel tuo
paese nativo e la difficoltà che avrei a fare comicità in Italia e in
Italiano è un buon esempio in tal senso. Quindi avrei da ridire sul
tuo “italianissimo”, tra l’altro ora ho acquisito anche la
cittadinanza britannica, proprio per confondere ancora di più le idee.

> – che ne pensano gli inglesi del tuo fortissimo accento italiano?

La cosa buffa è che molti pensano che sia esagerato per fini comici,
mentre è assolutamente autentico! Mi è utile per creare delle
aspettative di italianità che poi mi diverto a sovvertire, per esempio
raccontando proprio della mia scelta di diventare cittadino
britannico. Non credo costituisca una barriera a farmi capire, almeno
non a Londra o nei festival. Però ho sempre fatto più fatica nela
provincia inlese e forse una delle cause è proprio una minore
familiarità con gli accenti stranieri e, in generale, con l’esperienza
molto londinese di contaminazione culturale che costiuisce il mio
punto di partenza.

>
> – da quello che puoi vedere, cosa differenzia la scena comica italiana da
> quella inglese?

Premetto che conosco poco la scena comica italiana attuale. Credo però
che ci sia prima di tutto una sproporzione in termini di dimensioni.
Per fare un esempio, una competizione per nuovi comici alla quale ho
partecipato aveva più di mille iscritti! Uno dei fattori è
l’onnipresenza dei pub, che rende facilissimo metter su un comedy club
praticamente a costo zero. All’altro estremo della piramide ci sono
gli spettacoli nei palasport, che quest’anno hanno fatto registrare il
record di vendite. E in mezzo c’è il Festival di Edimburgo, il più
competitivo al mondo. In tutto questo la televisione è importante ma
meno che in Italia o negli USA, per esempio Daniel Kitson a Edimburgo
riempie un teatro da 2.000 posti tutti i giorni per un mese alle 10 di
mattina senza essere mai apparso in televisione. Sul piano dei
contenuti, mi sembra che in Italia si faccia più “character comedy”,
cioè ci siano più comici che si esprimono attraverso la maschera di un
personaggio, spesso usando tornentoni facilmente memorizzabili e
quindi più telegenici, mentre qui ci sono più comici che si esprimono
in prima persona. Credo che qui ci sia anche una maggiore attenzione
al linguaggio. Sul piano dello stile, credo che in Italia sia più
enfatico e fisico mentre qui è più “deadpan”, cioè più “all’inglese”,
appunto.

>
> – so che stai per tornare in Italia a breve… [parlamene un po’]
>

Si. qualche tempo fa qui a Londra sono stato invitato ad esibirmi
durante la presentazione di un libro di Delia Chiaro, docente
d’Inglese all’Università di Bologna e studiosa di comicità, in
particolare in relazione al linguaggio e a problemi di traduzione.
Dato che molto del mio materiale verte proprio sulle differenze tra la
lingua italiana e quella inglese, lo spettacolo ha funzionato molto
bene, per cui ora sono stato invitato ad esibirmi nel corso di un
convegno internazionale sulla traduzione cinematografica e televisiva
organizzato dall’Università di Bologna presso la sede di Forlì. Sarà
la mia prima esibizione in Italia, per quanto in inglese. Non vedo
l’ora, anche perchè credo che il tema della differenze linguistiche
sia un po’ la mia nicchia, mi interessa di più di quello delle
differenze culturali ed è meno affollato, dato che ci sono pochi
comici bilingue in grado di occuparsene.

> – anche tu, come me, hai origini pugliesi. giusto per riprendere un
> tormentone che mi ha coinvolto qualche mese fa: che ne pensi di Checco
> Zalone?

L’ho scoperto l’anno scorso vedendo il suo film e sono rimasto
folgorato, l’ho trovato ricco in idee comiche, originale e divetente.
Credo che non potrò più ascoltare “La cura” di Battiato senza pensare
alla parodia che ne ha fatto Checco Zalone. Peccato solo che si tratti
di un ennesimo personaggio, ma piacerebbe vedere cosa ha da dire in
prima persona. Tra l’altro la storia delle mie origini pugliesi e del
mio essere nato a Milano ha fatto parte del mio ultimo spettacolo a
Edimburgo, è da lì probabilmente che è nato il mio scetticismo verso
ogni discorso “forte” d’identità culturale. Essere un
milanese-pugliese è stato un ottimo esercizio per diventare poi un
italo-britannico ed entrambe le esperienze sono un’ottima occasione
per dimostrare che ciò che conta alla fine è cosa abbiamo deciso di
essere, le scelte che abbiamo fatto nella nostra storia individuale.
Dopo uno dei miei spettacoli a Edimburgo una spettatrice ha riassunto
brillantemente il tutto dicendo: “le pesone non sono alberi, non hanno
radici”.> – sei italianissimo eppure fai comicità esclusivamente in inglese. come mai > questa scelta? > Sono a Londra da dieci anni e faccio comicità da circa due anni e mezzo, quindi in un certo senso l’inglese è la mia lingua madre come comico. È successo che da straniero ho iniziato ad osservare cose che mi sembravano bizzarre e buffe e ho iniziato a scrivere queste osservazioni. In particolare mi è capitato di scrivere un finto studio antropologico in cui prendevo in giro la tradizione inglese della festa di Natale aziendale e per errore l’ho inviata al capo della mia ditta di allora. Invece di licenziarmi l’ha letta davanti a tutti durante appunto la festa di Natale aziendale, dicendo che gli era arrivata da un dipendente ma senza citare il mio nome. La cosa mi ha fatto piacere, ma mi ha irritato il fatto che qualcun altro si prendesse le mie risate. Nel frattempo però ho scoperto i “comedy club” nei pub e ho fatto due più due, ho capito che potevo mettere in scena io stesso il mio materiale. Così ho iniziato ad esibirmi, ma ovviamente ho sempre scritto materiale in inglese perchè avevo in mente il pubblico di Londra e poi di Edimburgo. Tra l’altro uno dei miei temi è lo “chock culturale da ritorno”, il fatto che vivere all’estero ti cambia al punto da farti sentire uno straniero nel tuo paese nativo e la difficoltà che avrei a fare comicità in Italia e in Italiano è un buon esempio in tal senso. Quindi avrei da ridire sul tuo “italianissimo”, tra l’altro ora ho acquisito anche la cittadinanza britannica, proprio per confondere ancora di più le idee. > – che ne pensano gli inglesi del tuo fortissimo accento italiano? La cosa buffa è che molti pensano che sia esagerato per fini comici, mentre è assolutamente autentico! Mi è utile per creare delle aspettative di italianità che poi mi diverto a sovvertire, per esempio raccontando proprio della mia scelta di diventare cittadino britannico. Non credo costituisca una barriera a farmi capire, almeno non a Londra o nei festival. Però ho sempre fatto più fatica nela provincia inlese e forse una delle cause è proprio una minore familiarità con gli accenti stranieri e, in generale, con l’esperienza molto londinese di contaminazione culturale che costiuisce il mio punto di partenza. > > – da quello che puoi vedere, cosa differenzia la scena comica italiana da > quella inglese? Premetto che conosco poco la scena comica italiana attuale. Credo però che ci sia prima di tutto una sproporzione in termini di dimensioni. Per fare un esempio, una competizione per nuovi comici alla quale ho partecipato aveva più di mille iscritti! Uno dei fattori è l’onnipresenza dei pub, che rende facilissimo metter su un comedy club praticamente a costo zero. All’altro estremo della piramide ci sono gli spettacoli nei palasport, che quest’anno hanno fatto registrare il record di vendite. E in mezzo c’è il Festival di Edimburgo, il più competitivo al mondo. In tutto questo la televisione è importante ma meno che in Italia o negli USA, per esempio Daniel Kitson a Edimburgo riempie un teatro da 2.000 posti tutti i giorni per un mese alle 10 di mattina senza essere mai apparso in televisione. Sul piano dei contenuti, mi sembra che in Italia si faccia più “character comedy”, cioè ci siano più comici che si esprimono attraverso la maschera di un personaggio, spesso usando tornentoni facilmente memorizzabili e quindi più telegenici, mentre qui ci sono più comici che si esprimono in prima persona. Credo che qui ci sia anche una maggiore attenzione al linguaggio. Sul piano dello stile, credo che in Italia sia più enfatico e fisico mentre qui è più “deadpan”, cioè più “all’inglese”, appunto. > > – so che stai per tornare in Italia a breve… [parlamene un po’] > Si. qualche tempo fa qui a Londra sono stato invitato ad esibirmi durante la presentazione di un libro di Delia Chiaro, docente d’Inglese all’Università di Bologna e studiosa di comicità, in particolare in relazione al linguaggio e a problemi di traduzione. Dato che molto del mio materiale verte proprio sulle differenze tra la lingua italiana e quella inglese, lo spettacolo ha funzionato molto bene, per cui ora sono stato invitato ad esibirmi nel corso di un convegno internazionale sulla traduzione cinematografica e televisiva organizzato dall’Università di Bologna presso la sede di Forlì. Sarà la mia prima esibizione in Italia, per quanto in inglese. Non vedo l’ora, anche perchè credo che il tema della differenze linguistiche sia un po’ la mia nicchia, mi interessa di più di quello delle differenze culturali ed è meno affollato, dato che ci sono pochi comici bilingue in grado di occuparsene. > – anche tu, come me, hai origini pugliesi. giusto per riprendere un > tormentone che mi ha coinvolto qualche mese fa: che ne pensi di Checco > Zalone? L’ho scoperto l’anno scorso vedendo il suo film e sono rimasto folgorato, l’ho trovato ricco in idee comiche, originale e divetente. Credo che non potrò più ascoltare “La cura” di Battiato senza pensare alla parodia che ne ha fatto Checco Zalone. Peccato solo che si tratti di un ennesimo personaggio, ma piacerebbe vedere cosa ha da dire in prima persona. Tra l’altro la storia delle mie origini pugliesi e del mio essere nato a Milano ha fatto parte del mio ultimo spettacolo a Edimburgo, è da lì probabilmente che è nato il mio scetticismo verso ogni discorso “forte” d’identità culturale. Essere un milanese-pugliese è stato un ottimo esercizio per diventare poi un italo-britannico ed entrambe le esperienze sono un’ottima occasione per dimostrare che ciò che conta alla fine è cosa abbiamo deciso di essere, le scelte che abbiamo fatto nella nostra storia individuale. Dopo uno dei miei spettacoli a Edimburgo una spettatrice ha riassunto brillantemente il tutto dicendo: “le pesone non sono alberi, non hanno radici”.

Dopo la calorosa accoglienza (per usare un eufemismo) data dall’esigente pubblico di ComedySubs alla nostra prima intervista a Filippo Giardina, ci aspettavamo di chiudere questa rubrica dopo un solo numero per mancanza di intervistati. Invece, eccoci qua, con un altro comico della squadra di Satiriasi: Saverio Raimondo!

Classe 1984, Saverio si è formato al DAMS ed è stato scoperto giovinetto nel 2002 da Serena Dandini, che lo ha inserito nella squadra di autori di La fattoria dei comici all’Ambra Jovinelli e di BRA – braccia rubate all’agricoltura in RAI. Dopo alcune esperienze in piccole emittenti universitarie, una commedia a teatro e una rubrica radiofonica su Radio Capital, nel 2007 approda a NessunoTV, dove conduce un suo talk show satirico, RaimondoVisione. L’anno dopo porta la trasmissione su RedTV, la “TV di D’Alema”, dove va avanti per due stagioni, prima che lo caccino a calci nel didietro a causa di alcuni sketch non esattamente dalemiani. L’episodio gli garantisce alcuni titoli sui quotidiani nazionali e alcune apparizioni a Tetris su La7. Nel 2010 ha partecipato in RAI al programma Stiamo Tutti Bene. Ultimamente si è esibito in un club di burlesque (il Micca club di Roma) e porta il suo primo monologo da stand-up comedian, Risate Finte, in giro per i teatri.

Caro Saverio, leggendo il tuo curriculum, uno si chiede: dopo aver lavorato con la Dandini, come mai hai accettato di lavorare con quei pezzenti di Giardina e Augeri?

In effetti, a leggerlo il mio curriculum suona accattivante, ma ti assicuro che non è come sembra. Lavoro come comico da quando ho 18 anni, ma sono ancora un precario dello spettacolo con lunghi periodi di magra. Ho fatto dei soldi, ma pochi. Inoltre, finiscono in fretta. Nonostante molte collaborazioni illustri non sono ancora emerso e resto un cane sciolto… e abbandonato. Insomma, sono un pezzente anch’io come Giardina e Augeri!

Quand’è che hai deciso di diventare uno stand-up comedian?

Era un’aspirazione sin da quando ho iniziato. Sono cresciuto con la mitologia della comicità americana, il mio immaginario comico è anglosassone. La mia prima performance da stand-up comedian risale al dicembre 2007, in un jazz club di Roma, perfomance rimasta isolata e giustamente caduta nell’oblio. Nella primavera del 2009 ho fatto un viaggio a Londra apposta per vedere stand-up comedy da vicino. Poi finalmente nell’autunno del 2009 è nata Satiriasi, e quella mia ambizione ha assunto contorni più concreti. Io non faccio cabaret, non lo voglio fare e penso di non saperlo neanche fare: sono un comedian. Stand-up o, se proprio proprio devo scendere a compromessi, sit-down.

Personalmente, ho sentito il tuo nome la prima volta quando ti hanno chiuso il programma a RedTv. A quasi un anno di distanza, cosa si prova?

Ho fatto programmi su RedTv finché ci sono state le condizioni per lavoraci, e cioè finché c’è stato alla direzione Claudio Caprara: fu lui a volermi e fu lui a mettermi in condizione di lavorare dandomi la libertà di dire, fare e sperimentare, con l’unico limite del budget ristrettissimo. Per me è stata un’esprerienza importante, una palestra. Poi Claudio Caprara è stato rimosso dal suo incarico da parte della Fondazione ItalianiEuropei e dall’amministrazione di Red; quella stessa amministrazione che non aveva mai fatto mistero di non apprezzarmi. Al posto di Caprara fu messo Francesco Cundari (dalemiano che scrive sul Foglio: serve altro?), uomo fidato della Fondazione. Io avevo un contratto per 6 puntate ormai firmato in epoca “caprariana”; e 6 puntate mi hanno fatto fare, non una di meno. Ma il clima in cui ho lavorato è stato di totale ostacolo e disistima, come ho raccontato “in presa diretta” nel mio programma. Per Red ormai ero “un morto che cammina”, cioè ero già ufficiosamente fuori. A quanto pare, uno sketch ha dato particolare fastidio all’amministrazione e alla Fondazione. Ovviamente, finito quel programma nessuno mi ha più proposto niente dalle parti dell’890 di Sky. D’altronde, RedTv ha chiuso ufficialmente i battenti qualche mese dopo. Cosa si prova? Prima o poi il mio rapporto con RedTv doveva finire, non intendevo legarmi a loro, e sono contento dunque di non avervi più nulla a che fare. Un po’ meno delle modalità di uscita, ma non si può avere tutto.

Molti hanno rinfacciato a Luttazzi di aver lucrato in popolarità sulla censura subita. Visto che sei stato epurato pure tu, qual è il tuo punto di vista? Sei diventato più famoso, dopo che ti hanno chiuso RaimondoVisione?

Direi di no: mi ha dato un’attimo di maggiore visibilità, ma che non ha portato a nulla. Questo anche perché io, personalmente, non ci ho lucrato né insistito; ci ho solo giocato un po’. E poi perché la mia non è stata proprio una censura a tutti gli effetti… Per dirla in battuta: “Quelli di Red non mi hanno censurato, mi hanno solo disoccupato. Bastardi, mi hanno fregato! Magari mi avessero censurato! “. Nel mio repertorio stand-up ho proprio un pezzo sulla censura e sui “martiri della satira”: chi verrà a vedere il mio spettacolo Risate Finte, sentirà il mio punto di vista sulla questione.

Se uno ti dice che il tuo stile è molto “luttazziano”, ti offendi?

Nient’affatto: mi hai appena paragonato a Hicks, Carlin, Emo Philips e un sacco di altri comici super, i migliori al mondo! Battute a parte: ritengo il paragone giustificato (non sei il primo), ma improprio. Mi spiego: penso che il valore artistico di Luttazzi sia pari a zero, ma che lui abbia avuto un ruolo culturale importantissimo per questo paese. È stato il primo ad aver portato una certa comicità, un certo stile, un certo immaginario comico qui in Italia. È stato disonesto, ma è arrivato primo. E per il grande pubblico è rimasto finora anche l’unico. Così, per chi come me fa una certa comicità, l’unico riferimento che il pubblico nostrano ha qui è proprio lui, Luttazzi. Ma in realtà quello che fa qui Luttazzi (quelle pause, quei tempi, quel genere di facce, quel genere di battute…) in America lo fanno in tantissimi. Quindi è un paragone che sussiste solo fra Ventimiglia e Lampedusa. Inoltre, mi paragonano sempre a qualcuno: da Woody Allen (di cui riconosco di esserne posseduto) a Chiambretti (…) passando per Jerry Lewis (!) . Questo per dire che qui in Italia la gente ha sempre bisogno del metro di paragone, o meglio di un riferimento sotto il quale etichettarti, leggerti, addomesticarti; non sopportano l’alieno, l’estraneo, il nuovo.

Visto che siamo su un sito che si occupa di comici stranieri: quale dei “nostri” comici preferisci? E c’è qualche comico che secondo te manca clamorosamente all’appello?

Woody Allen per me era e resterà sempre il massimo, il riferimento aureo. Amo Carlin, ma Hicks mi piace ancora di più. “Manca” il grande Mort Sahl, il primo stand-up comedian, assenza giustificata però dall’inesistenza di riprese video. E Larry David, che io adoro. Ma, anche nel suo caso, c’è qualche suo stand-up disponibile? Per esempio su YouTube ho trovato solo due video…

Quindi, sperando di riuscire ad accontentare prima o poi anche Saverio con la sua wishlist, lo ringrazio vivamente per la disponibilità (e per il coraggio) e vi propongo qui sotto un suo breve monologo in due parti in cui viene (niente di meno) torturato dalla CIA! Buona visione e alla prossima!

ReRosso

leggendo il tuo curriculum [che riassumerò nell’introduzione], uno si chiede: come mai hai accettato di lavorare con quei pezzenti di Giardina e Augeri?

In effetti, a leggerlo il mio curriculum suona accattivante; ma ti assicuro che non è come sembra. Lavoro come comico da quando ho 18 anni ma sono ancora un precario dello spettacolo con lunghi periodi di magra. Ho fatto dei soldi, ma pochi -inoltre, finiscono in fretta. Nonostante molte collaborazioni illustri non sono ancora emerso e resto un cane sciolto -e abbandonato.. Insomma, sono un pezzente anch’io come Giardina e Augeri!
– quand’è che hai deciso di diventare uno stand-up comedian?
Era un’aspirazione sin da quando ho iniziato. Io sono cresciuto con la mitologia della comicità americana, il mio immaginario comico è anglosassone. La mia prima performance da stand-up comedian risale al dicembre 2007, in un jazz club di Roma -perfomance rimasta isolata e giustamente caduta nell’oblio. Nella primavera del 2009 ho fatto un viaggio a Londra apposta per vedere stand-up comedy da vicino. Poi finalmente nell’autunno del 2009 è nata Satiriasi, e quella mia ambizione ha assunto contorni più concreti.  Io non faccio cabaret, non lo voglio fare e penso di non saperlo neanche fare; io sono un comedian. Stand-up o, se proprio proprio devo scendere a compromessi, sit-down.
– personalmente, io ho sentito il tuo nome la prima volta quando ti hanno chiuso il programma a RedTv. A quasi un anno di distanza, cosa si prova?
Ho fatto programmi su RedTv -meglio nota come “la tv di D’Alema”- finchè ci sono state le condizioni per lavoraci, e cioè finché c’è stato alla direzione Claudio Caprara: fu lui a volermi e fu lui a mettermi in condizione di lavorare dandomi la libertà di dire, fare e sperimentare -con l’unico limite del budget limitatissimo. Per me è stata un’esprerienza importante, una palestra. Poi Claudio Caprara è stato rimosso dal suo incarico da parte della Fondazione ItalianiEuropei e dall’amministrazione di Red; quella stessa amministrazione che non aveva mai fatto mistero di non apprezzarmi. Al posto di Caprara fu messo Francesco Cundari (dalemiano che scrive sul Foglio; serve altro?), uomo fidato della Fondazione. Io avevo un contrato per 6 puntate ormai firmato in epoca “caprariana”; e 6 puntate mi hanno fato fare, non una di meno. Ma il clima in cui ho lavorato è stato di totale ostacolo e disistima -come ho raccontato “in presa diretta” nel mio programma. Per Red ormai ero “un morto che cammina”, cioè ero già ufficiosamente fuori. A quanto pare, uno sketch ha dato particolare fastidio all’amministrazione e alla Fondazione: http://www.youtube.com/watch?v=hg0B14kewto. Ovviamente, finito quel programma nessuno mi ha più proposto niente dalle parti dell’890 di Sky… Ma d’altronde RedTv ha chiuso ufficialmente i battenti qualche mese dopo. Cosa si prova? Prima o poi il mio rapporto con RedTv doveva finire, non intendevo legarmi a loro, e sono contento dunque di non avervi più nulla a che fare. Un po’ meno delle modalità di uscita, ma non si può avere tutto.
– molti hanno rinfacciato a Luttazzi di aver lucrato in popolarità sulla censura subita. visto che sei stato censurato pure tu, qual è il tuo punto di vista? sei diventato più famoso, dopo la chiusura di RaimondoVisione?
Direi di no: mi ha dato un’attimo di maggiore visibilità, ma che non ha portato a nulla. E questo anche perché io, personalmente, non ci ho lucrato nè insistito; ci ho solo giocato un po’. Anche perchè -vedi sopra- la mia non è stata proprio una censura a tutti gli effetti: insomma, non mi hanno fatto martire. Per dirla in battuta: “Quelli di Red non mi hanno censurato; mi hanno solo disoccupato. Bastardi, mi hanno fregato! Magari mi avessero censurato! ” P.S. Nel mio repertorio stand-up ho proprio un pezzo sulla censura e sui “martiri della satira”: chi verrà a vedere il mio spettacolo Risate Finte sentirà il mio punto di vista sulla questione.
– visto che siamo su un sito che parla di comici stranieri: quale dei “nostri” comici preferisci? E c’è qualche comico che secondo te manca clamorosamente all’appello?
Woody Allen per me era e resterà sempre il massimo, il riferimento aureo. Amo Carlin, ma Hicks mi piace ancora di più. “Manca” il grande Mort Sahl, il primo stand-up comedian -assenza giustificata però dall’inesistenza di riprese video. E Larry David, che io adoro -ma anche nel suo caso, c’è qualche suo stand-up disponibile? Per esempio su YouTube ho trovato solo due video…
– se uno ti dice che il tuo stile è molto “luttazziano”, ti offendi?
Nient’affatto: mi hai appena paragonato a Hicks, Carlin, Emo Philips e un sacco di altri comici super, i migliori al mondo!
Battute a parte: ritengo il paragone giustificato -non sei il primo; ma improprio. Mi spiego; di Luttazzi io penso che il suo valore artistico sia nullo e pari a zero, ma ha avuto un ruolo culturale importantissimo per questo paese: è stato il primo ad aver portato una certa comicità, un certo stile, un certo immaginario comico qui in Italia -è stato disonesto, ma è arrivato primo ;  e per il grande pubblico è rimasto fin’ora anche l’unico.  Così, per chi come me fa una certa comicità, l’unico riferimento che il pubblico nostrano ha qui è proprio lui, Luttazzi. Ma in realtà quello che fa qui Luttazzi (quelle pause, quei tempi, quel genere di facce, quel genere di battute…) in America lo fanno in tantissimi. Quindi è un paragone che sussiste solo fra Ventimiglia e Lampedusa. Inoltre, mi paragonano sempre  a qualcuno: da Woody Allen (di cui riconosco di esserne posseduto) a Chiambretti (…) passando per Jerry Lewis (!) . Questo per dire che qui in Italia la gente ha sempre bisogno del metro di paragone, o meglio di un riferimento sotto il quale etichettarti, leggerti, addomesticarti; non sopportano l’alieno, l’estraneo, il nuovo.

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