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Cari exploratori temerari di nuovi territori comici, Stewart Lee ci aveva messo un piede dentro e Johnny Vegas una buona fetta della sua notevole massa, ma con Edward Aczel vi c’immergiamo in pieno. Intendo dire nel mondo alla rovescia dell’”anti-comedy”. Per continuare la metafora duchampiana (e sarebbe un vero spreco non farlo), se Stewart Lee disegna i baffi alla Gioconda, Edward Aczel piazza direttamente un orinatoio in mezzo al museo. Ma è arte (comica)? La discussione è aperta… e iniziamo a parlarne proprio con lui, che ci ha gentilmente concesso un’intervista.

Quando e come hai iniziato a fare il comico?

Circa sei anni fa, all’inizio lo vedevo semplicemente come un hobby. Ho iniziato con le serate di “open mic” e poi ho fatto alcune competizioni. La cosa mi divertiva, quindi ho continuato.

Cosa pensi dell’etichetta di“anti-comedy”?

Abbiamo tutti bisogno di etichette e se il cappello calza… Ci sono stati dei grandi anti-comici nel passato: Tommy Cooper, Lee Dawson, persino Stanlio e Ollio. In un certo senso è l’arte del perdente.

Mi sei sempre sembrato un comico molto originale. Puoi dirci quali comici ti hanno influenzato?

Tutti quelli che ho già nominato. Sono anche un grosse fan di Woody Allen, Frankie Howard e dei Monty Python.

Al Fringe hai un pubblico molto fedele e appassionato, ma mi chiedo come il tuo stile possa funzionare nei comedy club normali. Ci siamo esibiti insieme solo una volta e purtroppo quella volta sei stato vittima di un “heckler”. Come gestisci le serate col pubblico “rumoso” e un po’ brillo dei weekend?

Dipende da caso a caso. Anche se non si finisce mai d’imparare devo dire di essere riuscito a conquistarmi non pochi pubblici del venerdì sera. Ma mi considero ancora un apprendista e posso solo migliorare.

E di serate “corporate” ne hai mai fatte?

Non sono ancora entrato nel mercato corporate, magari in futuro.

Uno dei motivi per cui ti ho sempre considerato una fonte d’ispirazione è che sei il comico più di successo che conosco a non aver rinunciato al suo lavoro “normale”. Come gestisci la cosa? Pensi che non dover sbarcare il lunario con la comicità ti aiuti ad essere originale e a non accettare compromessi?

Senza dubbio. Il mio lavoro è la mia rete di sicurezza. Significa anche che non devo dipendere a tutti i costi dall’approvazione dei promoter, per cui sono libero di correre rischi.

Come ti senti all’idea di venire sottotitolato e introdotto al pubblico italiano?

È un piacere. Spero che quello che faccio si “traduca” bene, in più di un senso della parola, e che la gente mi trovi divertente.

Lo spero anch’io. Grazie ad Edward Aczel e buona visione a tutti.

- Giacinto Palmieri

Continuiamo il nostro viaggio negli scantinati della comicità italica alla ricerca di quelli che potrebbero essere i protagonisti futuri della nostra scena comica. Oggi intervistiamo un autore, attore e regista di Bologna: Bob Ferrari. Dopo una serie di esperienze come autore televisivo negli anni ’90 (ha partecipato, tra le altre cose, ai programmi Mixer, Top Secret, La vita in diretta, Novantesimo minuto, La domenica sportiva e La Melevisione), ha deciso di dedicarsi alla realizzazione di film comici a costo zero. Nel 2000 ha avuto la sua serie TV personale su Telepiù, intitolata appunto Bob Show. Due anni fa ha scritto, diretto e interpretato il lungometraggio L’amore in ballo, da poco disponibile in DVD. Ma è probabilmente il 2010 l’anno della svolta, in quanto Bob ha riscosso un discreto successo al Festival Cabaret Emergente e al concorso SOS Arezzo Cabaret, oltre ad avere avviato una collaborazione con la nota band demenziale Gem Boy per la realizzazione del film a basso costo IROS.

Ma sentiamo un po’ cos’ha da dirci.

Parlaci un po’ di te…

Sono nato 42 anni fa a Bologna. A 18 anni sono diventato un patito di tutto quello che era comicità. Ho fatto molti cortometraggi e mediometraggi, ho fatto cabaret, ho fatto l’autore televisivo, ma solo 2 anni fa ho deciso che per essere veramente felice dovevo provare seriamente a scrivere, dirigere e interpretare un lungometraggio. E l’ho fatto. “L’amore in ballo” è un film costato 400 euro, un prodotto di una povertà imbarazzante ma secondo me pieno di idee.

L’amore in ballo alterna pezzi di cabaret e scene di film. Sembra che tu ti sia ispirato alla serie TV Seinfeld… è così?

Certamente! “Seinfeld” è una delle migliori serie tv mai realizzate, creata da Jerry Seinfeld e Larry David (di quest’ultimo è anche “Curb your enthusiasm”, una genialata pazzesca!). Il mio film è stato certamente influenzato da questi due personaggi. Ho usato uno schema sul quale si basavano molto le prime stagioni di “Seinfeld” e che anche Woody Allen ha utilizzato, certo non in maniera così esplicita. Per l’esattezza ho messo in scena il dialogo continuo tra un uomo e una donna che si trovano a dover passare due ore insieme loro malgrado, contrapposto ai pensieri di lui, mostrati allo spettatore sotto forma di stand-up comedy. Ho messo in pratica quello che avevo imparato scrivendo per la TV (cioè sapendo bene cosa evitare!) e quello che ho imparato facendo cabaret. E il risultato è sempre stato esilarante ovunque l’ho proiettato.

Quanto è autobiografico L’amore in ballo?

Troppo. Dovrebbe esserci un limite su quello che un autore può mettere di se stesso in un film o in uno spettacolo. Non mi è mai capitata la vicenda narrata nel film, ma i pensieri, quindi la malattia mentale, sono i miei. E “L’amore in ballo” si regge sul punto di vista del protagonista, cioè il mio, senza contare le sue paranoie, i suoi gusti e le sue idiosincrasie. Per un periodo, sono uscito con una ragazza conosciuta ad una proiezione del film. Prima mi ha considerato un genio, poi si è accorta che non avevo creato nulla e che ero esattamente come nel film. Adesso mi disprezza e non la sento più. Lo so, questa sembra una gag che dico per risultare simpatico. Non lo è.

Adesso sta per uscire il tuo nuovo film, Iros, che hai girato in collaborazione con i Gem Boy. Dicci un po’ di più sul progetto.

Iros è stato scritto 11 anni fa da me e dal mio amico Marchesucci (spesso co-autore delle cose che faccio). Mai realizzato per mancanza di mezzi tecnici. Oggi tutto è cambiato, basta un pc per fare effetti speciali cazzuti. Per puro caso una mia amica (Belinda Bertolo, fumettista e attrice) mi ha presentato Carletto Fx dei Gem Boy che ha letto la sceneggiatura e gli è piaciuta. A quel punto l’avventura è cominciata. Lo script è stato riscritto adattandolo ai tempi e un pugno di uomini tra attori, attrici e tecnici, diretti dal sottoscritto, ha girato un film di 90 minuti in circa 3 mesi. Tutti hanno lavorato gratis contando su eventuali guadagni futuri. I veri “heroes” sono i componenti del cast e della troupe! È un film molto diverso dal precedente, la comicità nasce dall’assurdità delle situazioni che si creano quando i super-poteri tornano a manifestarsi su un poveraccio che ha dimenticato di essere un supereroe. Il poveraccio lo interpreto io. È stato facile superare il provino per la parte…

Sei riuscito a trovare un distributore per Iros?

Per il momento gli unici che hanno creduto in Iros sono stati quelli del Future Film Festival (anteprima il 21 di aprile a Bologna). Lo hanno selezionato fuori concorso e ci hanno offerto una bella occasione. Già qualche giornale ha parlato di noi e speriamo che si sparga la voce. IROS CERCA DISTRIBUTORE, è questo il messaggio che vogliamo fare arrivare. Comunque per i prossimi mesi stiamo organizzando una serie di proiezioni private, una specie di auto-distribuzione che negli Stati Uniti va molto di moda (vedi Kevin Smith) mentre non è stata quasi mai tentata in Italia.

Oltre a essere attore e regista, sei anche un cabarettista. Che tipo di comicità ti piace mettere in scena? Se dovessi paragonare il tuo stile a quello di un comico famoso, a chi penseresti?

Veramente non mi considero attore, mi metto sullo schermo solo perchè sono di un esibizionismo vergognoso. So interpretare me stesso, nessun altro. Il mio cabaret è schizofrenico, passo da pantomime alla Rowan Atkinson a brevi monologhi molto asciutti che potrebbero ricordare lo stralunato Mitch Hedberg (che mi avete fatto conoscere voi, prima non sapevo a chi paragonarmi). In ogni caso, non penso a nessuno in particolare quando cerco di far ridere, semplicemente ho alle spalle 42 anni di osservazione di “grandi”, quindi ho capito alcuni meccanismi che semplicemente riproduco perchè li ho dentro di me. Chi mi vede per la prima volta dal vivo solitamente mi paragona a Mr. Bean, ma devo dire che i comici che ho avuto come ispirazione sono sempre stati Jerry Lewis, Woody Allen e Paolo Villaggio.

Il tuo comico preferito del parterre di ComedySubs.

Tutti i comici che avete tradotto sono dei fenomeni e soprattutto devo ringraziarvi per avermi fatto conoscere Bill Hicks. Difficilissimo dire il preferito… Concedetemi 3 nomi: Woody Allen, Eddie Murphy e Jerry Seinfeld. Woody è Woody e basta; Eddie è (era) una forza della natura e spero che, visti gli scarsi risultati anche al box-office, abbandoni i film per bambini e torni sul palcoscenico; Seinfeld ha testi semplicissimi e strepitosi e con la sua proverbiale calma li rende irresistibili.

So che hai una passione sfrenata per Jerry Lewis. Spiegaci un po’ i motivi di questo tuo fetish.

Esatto, trattasi di fetish. Infatti potete trovare su YouPorn delle mie brevi clip mentre uso in modo improprio i suoi dvd… Vedevo spesso i suoi film in televisione quando ero al liceo e devo dire che mi faceva molto ridere. Poi, ricordo ancora quella serata: fu ospite di Raffaella Carrà nel 1988 (scusate se dico Raffaella Carrà, non vorrei sbilanciare i criteri di ricerca su Google per il vostro sito). E mi innamorai perdutamente. Registrai quella partecipazione in vhs e continuai a guardarla in loop. Ci sono reazioni chimiche inspiegabili… Da allora mi sono documentato, comprato libri, recuperato video inediti. È il più grande comico cinematografico del dopoguerra, ha fatto suo il bagaglio artistico di gente come Chaplin, Keaton e Laurel & Hardy e ha creato un nuovo stile. Steve Martin ha detto: “Tutto è cominciato con JL”. Ed è vero. Pensiamo a molti che hanno fatto comicità dopo di lui: Woody Allen, Mel Brooks, John Landis, Eddie Murphy, Chevy Chase ecc. fino ad arrivare ai contemporanei Jim Carrey, Adam Sandler. E senza contare gli italiani: Celentano, Franco Franchi, Montesano e anche Villaggio. A questo punto potrei arrivare a gridare “Jerry santo subito!”. Ma “modero il mio entusiasmo” (come Larry David) e vi saluto ringraziandovi della pazienza.

Noi ringraziamo te e ti auguriamo che i tuoi film abbiano sempre più successo. Per quanto riguarda voi che leggete, eccovi un filmato tratto da L’amore in ballo, in  cui Bob ci spiega come imitare Sylvester Stallone.

For the English text of the interview, please click here.

Signor presidente, onorevoli ministri, oggi tanto per cambiare non vi proponiamo uno stand-up comedian pluriblasonato, il solito vecchio mostro sacro che tutti conoscono, ma intervistiamo per voi una giovane fanciulla che sta compiendo i primi passi nel mondo della stand-up comedy. E che passi! Solo ieri, la nostra Diane Spencer ha vinto il prestigioso premio di “Best Newcomer” nei Chortle Awards, gli oscar della comicità britannica.

Ma facciamo un passo indietro. Diane si è dedicata per tutta la vita al teatro “serio”: lo ha studiato, lo ha recitato, lo ha insegnato. Poi si è trasferita per amore in Nuova Zelanda, dove ha perso quasi subito l’amore, ma ha in compenso trovato la vocazione di stand-up comedienne. Ha iniziato a esibirsi nel 2006 nei comedy clubs di Auckland, per arrivare nel 2009 a mettere insieme il suo primo monologo lungo: TamPomPom. Quello spettacolo è poi stato pubblicato su DVD con il titolo di Wit, Charm and Filth, e Diane è stata così generosa da consentirci di farvelo visionare integralmente.

Dopo di che, Diane è tornata a vivere in Inghilterra e ha scritto altri due monologhi: Lost in the Mouth Specific nel 2010 e All-Pervading Madness, con cui sta girando i teatri in queste settimane. Ma facciamole qualche domanda:

Guardando Wit, Charm and Filth, mi è parso di capire che tu abbia fatto teatro serio fino a quando non ti sei trasferita in Nuova Zelanda, dove hai finalmente trovato la tua ispirazione comica. Com’è andata veramente? La tua esperienza come outsider ha stimolato la tua vena comica?

No, in realtà ho studiato teatro per tutto il mio corso di studi – ero brava in tre cose: l’arte, il teatro e far ridere la gente. Adoravo la scienza, ma sono negata in matematica. La matematica sfortunatamente è il mio tallone d’Achille, ed è un peccato, perché è un’abilità fondamentale e meravigliosa: Nettuno è stato scoperto tramite calcoli matematici, non con l’osservazione. Non ho fatto standup prima dei 25 anni, e allora avevo già avuto due “carriere” a tempo pieno: insegnante e direttrice di progetto, e mi ero spostata in un’altra nazione. Ho sempre fatto ridere le persone nelle conversazioni di tutti i giorni, amo raccontare cose alla gente e osservarne le reazioni. Essere “outsider”, come dici tu, o “immigrata” come in realtà ero, voleva dire non avere nessun limite o reverenza preconcetta nei confronti di certi posti o di certe persone, a differenza degli aspiranti comici locali. Per me niente era impossibile, perché non ero cresciuta lì, non avevo imparato i miei confini e i miei limiti, non so se mi spiego. Quando si cresce dentro una cultura, si impara qual è la gerarchia delle arti, ma senza questa gerarchia sono andata un po’ a tentoni senza alcun preconcetto, e m’è andata bene! Il mio lato comico è sempre stato lì, ho solo trovato un modo di utilizzarlo che si addice al mio processo creativo e al mio modo di interagire con la gente

Certamente c’è un sacco di spirito (Wit) e di fascino (Charm) nel tuo spettacolo, ma devo ammettere che sono rimasto molto colpito dalla quantità di volgarità (Filth). Sembri essere perfettamente a tuo agio in proposito. Perché hai deciso di insistere così tanto con i toni forti?

Non è che ho proprio “deciso”, scrivo solo quello che trovo divertente. Tutto quello che scrivo parte da qualcosa di vero, poi ci aggiungo il linguaggio, le descrizioni eccetera, per renderlo più colorito e gradevole da ascoltare. Semplicemente, penso che le storielle licenziose e la volgarità siano divertenti. “Volgarità” è una parola strana, che non avrei mai scelto da sola. Il titolo deriva da una recensione che qualcuno ha scritto per lo spettacolo. Preferisco quando mi chiamano “piacevolmente schietta”! Quasi tutti fanno sesso, quasi tutti si trovano in situazioni imbarazzanti, io come comica invito la gente a riderne.

Visto che ne sappiamo poco o niente, dicci qualcosa sulla scena comica Neozelandese… è diversa da quella inglese?

Molto. C’è un solo club che propone stand-up comedy a tempo pieno. Comunque è una scena molto positiva e florida, mi hanno detto che c’è stato un enorme aumento delle iscrizioni al New Zealand Comedy Festival quest’anno. Esiste anche la NZ Comedy Guild and Trust, un consorzio che si occupa di sviluppare la comicità neozelandese e aiutarla a crescere. Le emittenti televisive laggiù hanno iniziato a investire di più nella comicità dal vivo e stanno portando i comici sulla TV nazionale, il che è un’ottima cosa per creare interesse. Però è abbastanza difficile guadagnarsi da vivere facendo solo il comico a tempo pieno, specialmente se si è agli inizi. Alcuni comici neozelandesi ci hanno messo anni a farsi un seguito e meritano il successo che hanno in patria, e alcuni di loro vogliono qualcosa in più, come farsi strada nel mondo. Ecco perché molti artisti geniali neozelandesi, come Sam Willis “Il Ragazzo con il Nastro in Faccia”, Jarred Christmas eccetera, hanno tutti deciso di affacciarsi alla scena internazionale. Ed è una fortuna per tutti noi, se l’hanno fatto!

Molti comici hanno la “fortuna” di avere un corpo comico, che da solo basta a predisporre il pubblico al riso (Rowan Atkinson, Emo Philips, Miranda Hart, Dawn French). Tu invece sei una fanciulla attraente. Si fa più fatica a far ridere la gente quando si è belli?

Beh, prima di tutto, grazie! Non mi considero molto più bella di chiunque altro – sta tutto nell’occhio di chi guarda, il fatto di essere attraenti oppure no. Non ci penso, ma mi assicuro di non indossare niente di troppo elegante o vistoso quando salgo sul palco, perché voglio che la gente ascolti quello che dico anziché concentrarsi su quello che indosso.

Nel mondo della comicità di lingua inglese sembra esserci una qualche riluttanza ad aprirsi verso altre culture. Come ti è venuta l’idea di far sottotitolare il tuo spettacolo in italiano? Cosa speri di ottenere?

Sapevo del debole di Eddie Izzard per la traduzione in francese. Mi è sempre piaciuto imparare altre lingue, e quando viaggio in qualche nazione straniera mi piace essere capace di dire almeno “ciao, per favore e grazie” – pertanto lo so dire in circa 5 lingue, tutto qui! Inoltre, ho letto un articolo scritto da uno dei vostri traduttori, pubblicato su Chortle. È stata più una cosa da “perché no”, piuttosto che “perché”. Ad alcuni inglesi piace il mio senso dell’umorismo, quindi sono sicura che piacerà anche agli italiani. Come minimo spero che se qualcuno sta passando una brutta giornata e inciampa nel mio video, per lo meno riderà guardandomi, si tirerà su e non starà più troppo male. Sarebbe un buon inizio. Poi chissà, magari Silvio Berlusconi mi inviterà a esibirmi davanti a 200 dei suoi amici più ricchi e ubriachi e me ne andrò carica di regali come diamanti, scarpe spettacolari e un intero parco macchine!

Oh, ma sei troppo anziana per Berlusconi: hai la patente. Ma questa è satira politica, e non ne ho vista molta nel tuo show. Che ne pensi della satira? Ce n’è nel tuo nuovo spettacolo?

Penso che la satira politica sia importantissima. Adoro quando i comici descrivono la situazione politica in un modo in cui nessuno aveva pensato prima, perché stimola ulteriori riflessioni, stimola a partecipare al processo decisionale che influenza le nostre vite, a opera di un piccolo gruppo di persone che molti di noi, in teoria, hanno scelto. Mi piace la satira e uno dei miei comici preferiti, Doug Stanhope, parla del potere del governo e ne mette a nudo le ipocrisie. Io sono ancora giovane, come comica, lo faccio solo da 4 anni e adesso sono arrivata al punto di interessarmi al messaggio implicito contenuto in quello che dico, oltre che di quello esplicito. Per adesso mi interessa solo divertire la gente. Quelli che hanno avuto una lunga giornata di lavoro, magari sono stanchi o malati, e non vogliono pensare a niente di serio o di importante almeno per un’ora della loro vita – questo è importante quanto la satira, ed è ciò che faccio adesso.

E noi siamo lieti di goderci i risultati di quello che fai. Ringraziamo Diane per averci scelto come suoi traduttori ufficiali per l’Italia e… buon divertimento con il suo show. Vi facciamo cortesemente notare che si tratta di una playlist composta da sette video.

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Gesuiti, euclidei, l’ospite che viene oggi a far visita al nostro prestigioso salotto è Giorgio Montanini, cui, da adulti consenzienti, dedichiamo questo marchettone in vista di “Nibiru“, il monologo con cui sarà a Roma dal 3 al 6 marzo al Teatro Alba (zona San Giovanni). Abbiamo conosciuto Giorgio, come se ci fosse bisogno del plurale, all’oramai tradizionale appuntamento capitolino dal vivo con Satiriasi, il Colorado Cafè corretto al cianuro di cui sovente vi abbiamo parlato e il cui nome mai fu così attuale. È lui il comico che raccoglie l’ancora madido testimone di Saverio Raimondo, miracolosamente sopravvissuto ai commenti fatti piovere sulla sua intervista dalla nostra utenza di espertoni. Lo rispettiamo per il coraggio.

Giorgio vive a Fermo, località di una regione non meglio precisata, e ogni due settimane si reca in via dei Sabelli a Roma per esibirsi di fronte al nutrito (da quest’anno c’è anche il buffet) pubblico del Mads. Lo raggiungiamo nel backstage sottraendolo a orde di creditori e gli chiediamo: caro Giorgio, chi te lo fa fare?

Sai chi me lo fa fare? Mio padre che, per 40 anni, ha lavorato 12 ore al giorno svegliandosi alle 6. Ho pensato che qualsiasi altra forma di impegno sia migliore del lavoro salariato o sotto padrone. Ho scelto di fare il comico soprattutto perché la mattina non ho la sveglia.

Parlaci della tua carriera di comico, giusto per capire un po’ chi cazzo sei.

La mia “carriera” di comico è iniziata molto tardi, tre anni fa. Ho iniziato come attore di teatro classico, cortometraggi, film addirittura qualche fiction… Poi mi sono innamorato della comicità forse perché l’ho sentita più nelle mie corde. Quindi ho iniziato le prime serate facendo dei personaggi, ma sono passato quasi subito al monologo. Ho iniziato come credo tutti, facendo il cabarettista. E devo dire che il cabaret è una buona palestra, ho avuto le mie soddisfazioni, ho vinto festival molto prestigiosi, partecipato a importanti esperienze artistiche, ma ad ogni serata di cabaret avevo sempre la sensazione di essere castrato. Il dover misurare il tenore e il contenuto di quello che dici è il delitto più efferato che si può compiere nei confronti di un comico… Di qualsiasi artista in generale.
Il passo verso la stand-up e la satira è stato breve.

La scelta di abbandonare le varie sagre della pantofola (se le hai abbandonate del tutto) e di dedicarti alla satira dura e pura secondo te pagherà anche dal punto di vista economico oltre che spirituale? In fondo un mercato c’è ed è florido, e lo dimostrano le persone che affollano il locale in cui fingiamo di trovarci ora.

Per evidenti motivi economici, le sagre della pantofola non le ho ancora abbandonate del tutto, ma la situazione rispetto all’anno scorso è migliorata tantissimo.
Debutto con uno spettacolo di satira vietato ai minori di 18 anni che farà un bel giretto nei teatri ed è interamente prodotto e distribuito da un ente regionale e da un comune.
Credo il primo esempio di finanziamento pubblico per parlare di pompini con ingoio.
Quindi sì, credo ci sia un’ottima possibilità di penetrare un mercato e un pubblico che non vede l’ora di ridere in modo diverso.

Sono tempi in cui le battute vanno molto di moda. Alle notizie via via più degradanti dei giornali seguono elenchi di battute divertentissime che sembrano diventate più un esercizio di stile che un attacco vero e proprio al potere (ok sto parlando di Spinoza) è possibile secondo te che ci sia una “saturazione” della satira?

La saturazione della satira la vedo come una contraddizione in termini, ci può essere una saturazione della respirazione? Se non hai più bisogno di respirare vuol dire che sei morto. Se non c’è più bisogno della satira vuol dire che sono morte le coscienze. Spinoza è un altro paio di maniche.
Spinoza è, giustamente come dici tu, un esercizio di stile, è un tecnicismo, è un po’ come “Vieni via con me” di Fazio, facciamo vedere quanto siamo bravi, belli e buoni.
I cattivi sono tutti gli altri. Spinoza è una sorta di masturbazione comica. Fare battute non è difficile, s’impara.
Io ho voglia di raccontare quello che penso in forma comica e come espediente ho la battuta. “La risata è il mezzo non il fine”, direbbe un tale (F. Giardina).

Nei tuoi pezzi cui abbiamo assistito non compare mai la parola “Berlusconi”. Credi che l’argomento non abbia più del materiale originale da regalare?

Il fatto che nei miei pezzi non compare Berlusconi, si allaccia con quello che stavamo dicendo prima. Fare la battuta sull’attualità a me non serve, non lo ritengo utile per veicolare quello che penso. Ciò che voglio raccontare, esprimere, chiamalo come vuoi, dovrà avere la forza di essere valido anche dopo che Berlusconi sarà diventato un brunch per lombrichi. Non mi interessa scrivere battute a scadenza come lo yogurt magro, che è un po’ il difetto che rilevo in Spinoza.
Prendi i pezzi dei migliori comici americani, Lenny Bruce, Bill Hicks, George Carlin e così via: il 90% dei loro monologhi, a distanza di vent’anni e più sono attualissimi.
Perché le contraddizioni che mettono in evidenza erano valide allora come ora. Berlusconi è una contraddizione vivente, Benigni negli anni ’80 ne parlava malissimo dicendo che era un maiale, o Andrea Pazienza (mio conterraneo), quando per quasi tutti era un grande imprenditore.
In quel momento, o appena sceso in politica, aveva il suo perché. Adesso che bisogno c’è di mettere in evidenza quello che TUTTI sanno già e per il quale TUTTI hanno già un’opinione? Non sarà Spinoza e tantomeno Fazio, piuttosto che la Littizzetto, ad aver qualcosa di originale da dire su Berlusconi. Figurati io. Non mi interessa proprio.

Se avessi la possibilità di avere uno spazio in tv, come lo useresti?

Non credo che avrò mai uno spazio in TV, ma credo che se lo avessi, passerei tutto il tempo a mia disposizione a tirare fuori tutta la merda che negli anni m’è sgusciata dentro e la tirerei in faccia a tutti quelli che mi guardano. Un po’ di quella merda è uguale a quella che hanno loro. Sarebbe di grande utilità sociale. Siamo tutti un po’ marci, no?

Io soprattutto durante la digestione. Perché hai scelto di esprimere il tuo pensiero proprio attraverso la comicità, piuttosto che in altre forme?

Ho scelto la comicità perché è la forma più diretta e forse più adatta alla mia incredibile pigrizia. Fare l’attore è molto più dura di fare il comico, parlo per esperienza. L’attore la mattina si sveglia anche alle 5. Io odio la sveglia. Trovo che il doversi svegliare in modo artificiale sia da paese incivile, da barbari. Gli occhi devono aprirsi in modo naturale. Se non facessi il comico farei la cubista o il metronotte.

Quello che fai tra Babbo Natale e Dio è un paragone a me molto caro. È vero che ti sei fatto sbattezzare?

Quello fra Babbo Natale e Dio nasce da una mia esperienza vissuta veramente, paradossale a dir poco. Sì, mi sono sbattezzato per una sorta di coerenza e scelta politica. Coerenza perché non sono cattolico, quindi non voglio essere battezzato. Finché sei battezzato rimani formalmente cattolico. Politica perché, se tutti i non cattolici si sbattezzassero, come scelta, come gesto di rifiuto nei confronti della chiesa cattolica, il Vaticano non avrebbe tutto il potere che ha ora. Potere politico, intendo.
Quando la Chiesa interferisce su questioni che riguardano lo Stato, e quindi laiche, lo fa in nome dei 40 e passa milioni di cattolici in Italia. Se da 40 passassero a 4 milioni (i cattolici veri non sono di più, forse meno) il loro potere “contrattuale” sarebbe infinitesimale.

Per non parlare del potersi fregiare del titolo di “Apostata”.
Veniamo alle domande difficili. Secondo te la satira può cambiare le opinioni della gente o predica solo ai già convertiti?

La satira non deve far cambiare opinione alla gente. La satira propone dei punti di vista differenti da quelli socialmente riconosciuti in qualsiasi ambito e su qualsiasi cosa. Mette in risalto le contraddizioni dei poteri precostituiti che, pur passando gli anni, restano sempre le stesse. La satira, al passo coi tempi, smaschera queste contraddizioni. La vedo come una nuova forma di resistenza. Poi ognuno la pensi come cazzo vuole, lungi da me l’essere portatore di verità.
Grillo che crede di essere ed è creduto essere il nuovo messia, ha fatto bene a fare un partito (lui nega, ma la sostanza è quella). Da quando ha iniziato a dividere tutto tra buoni e cattivi, mettendo i suoi sempre tra i buoni, ha esaurito il suo valore satirico e ha espletato quello partitico. Parla da capopopolo.
La satira infrange tabù, informa, fa politica, smuove le coscienze, divide, indigna, fa ridere, ispezioni rettali, ma non indottrina, e quindi non predica.
La satira è a disposizione di tutti, e ad ognuno stimola qualcosa di differente. Sta ad ognuno di noi interrogarsi sul significato di quello stimolo.

Metti in ordine di pornografia i seguenti oggetti: Dvd di Rocco Animal Trainer 17, plastico di casa Misseri, vibratore Bontempi a 4 velocità, una prima pagina a caso de Il Giornale, scaletta di Pomeriggio 5.

Io sono un grande estimatore del porno, per me il porno è una cosa seria e soprattutto ha un’accezione positiva. Quindi all’ultimo posto sicuramente il Giornale e la scaletta di Pomeriggio 5… Tranne se imbevuta degli umori della D’Urso.
Al primo posto, ma si tratta di gusti, il plastico di casa Misseri, sono tra quelli (come Francesco De Carlo) che si scoperebbe Sabrina Misseri o Anna Maria Franzoni.

E, dopo questo messaggio d’amore, salutiamo il nostro Giorgio Montanini e vi diamo un assaggio di “Nibiru”, che debutterà nella regione nota, a suo dire, come “Marche” il 19 febbraio 2011.

Ci scusiamo per la qualità del video.

- Adrien Vaindoit


Arricchiamo il catalogo delle nostre interviste con una chiacchierata con Giacinto Palmieri, comico anglofono con natali italiani.

Laureato in filosofia in Italia e con un master sempre in filosofia preso a Londra, Giacinto al momento è programmatore presso un’azienda londinese e si sta affacciando sulla scena della stand-up comedy nella capitale britannica… e non solo. Infatti, è stato presente al festival di Edimburgo nel 2009 con uno show gratuito di mezz’ora e quest’anno con uno spettacolo a pagamento di un’ora, dal titolo “Giacinto Palmieri is trying to be Italian”. Oltre a questo, sempre nel 2010 è stato finalista nella prestigiosa competizione Hackney Empire New Act of the Year (una competizione così selettiva che Eddie Izzard all’epoca arrivò solo terzo). Nonostante questo, Giacinto non si definisce ancora un professionista della risata. Last but not least, Giacinto ha iniziato ad aiutare noi di ComedySubs con qualche revisione e con qualche traduzione, fatto che senza dubbio contribuirà a dargli eterna gloria.

Caro Giacinto, benvenuto su ComedySubs. Sei italianissimo eppure fai comicità esclusivamente in inglese. Come mai questa scelta?

Sono a Londra da dieci anni e faccio comicità da circa due anni e mezzo, quindi in un certo senso l’inglese è la mia lingua madre come comico. È successo che da straniero ho iniziato a osservare cose che mi sembravano bizzarre e buffe e ho iniziato a scrivere queste osservazioni. In particolare mi è capitato di scrivere un finto studio antropologico in cui prendevo in giro la tradizione inglese della festa di Natale aziendale e per errore l’ho inviata al capo della mia ditta di allora. Invece di licenziarmi, l’ha letta davanti a tutti durante appunto la festa di Natale aziendale, dicendo che gli era arrivata da un dipendente, ma senza citare il mio nome. La cosa mi ha fatto piacere, ma mi ha irritato il fatto che qualcun altro si prendesse le mie risate. Nel frattempo però ho scoperto i “comedy club” nei pub e ho fatto due più due: ho capito che potevo mettere in scena io stesso il mio materiale. Così ho iniziato a esibirmi, ma ovviamente ho sempre scritto materiale in inglese perché avevo in mente il pubblico di Londra e poi di Edimburgo. Tra l’altro uno dei miei temi è lo “shock culturale da ritorno”, il fatto che vivere all’estero ti cambia al punto da farti sentire uno straniero nel tuo paese nativo e la difficoltà che avrei a fare comicità in Italia e in italiano è un buon esempio in tal senso. Quindi avrei da ridire sul tuo “italianissimo”… tra l’altro ora ho acquisito anche la cittadinanza britannica, proprio per confondere ancora di più le idee.

Se non sbaglio hai origini pugliesi, proprio come me.

Sì. Tra l’altro, la storia delle mie origini pugliesi e del mio essere nato a Milano ha fatto parte del mio ultimo spettacolo a Edimburgo. Da lì probabilmente è nato il mio scetticismo verso ogni discorso “forte” d’identità culturale. Essere un milanese-pugliese è stato un ottimo esercizio per diventare poi un italo-britannico, ed entrambe le esperienze sono un’ottima occasione per dimostrare che ciò che conta alla fine è cosa abbiamo deciso di essere, le scelte che abbiamo fatto nella nostra storia individuale. Dopo uno dei miei spettacoli a Edimburgo, una spettatrice ha riassunto brillantemente il tutto dicendo: “Le persone non sono alberi, non hanno radici”.

Che ne pensano gli inglesi del tuo fortissimo accento italiano?

La cosa buffa è che molti pensano che sia esagerato per fini comici, mentre è assolutamente autentico! Mi è utile per creare delle aspettative di italianità che poi mi diverto a sovvertire, per esempio raccontando proprio della mia scelta di diventare cittadino britannico. Non credo costituisca una barriera a farmi capire, almeno non a Londra o nei festival. Però ho sempre fatto più fatica nella provincia inglese e forse una delle cause è proprio una minore familiarità con gli accenti stranieri e, in generale, con l’esperienza molto londinese di contaminazione culturale che costuisce il mio punto di partenza.

Da quello che puoi vedere e dalla tua esperienza personale, cosa differenzia la scena comica italiana da quella inglese?

Premetto che conosco poco la scena comica italiana attuale. Credo però che ci sia prima di tutto una sproporzione in termini di dimensioni. Per fare un esempio, una competizione per nuovi comici alla quale ho partecipato aveva più di mille iscritti! Uno dei fattori è l’onnipresenza dei pub, che rende facilissimo metter su un comedy club praticamente a costo zero. All’altro estremo della piramide ci sono gli spettacoli nei palasport, che quest’anno hanno fatto registrare il record di vendite. E in mezzo c’è il Festival di Edimburgo, il più competitivo al mondo. In tutto questo la televisione è importante, ma meno che in Italia o negli USA. Per esempio, Daniel Kitson a Edimburgo riempie un teatro da 2.000 posti tutti i giorni per un mese alle 10 di mattina senza essere mai apparso in televisione. Sul piano dei contenuti, mi sembra che in Italia si faccia più “character comedy”, cioè ci siano più comici che si esprimono attraverso la maschera di un personaggio, spesso usando tormentoni facilmente memorizzabili e quindi più telegenici, mentre qui ci sono più comici che si esprimono in prima persona. Credo che qui ci sia anche una maggiore attenzione al linguaggio. Sul piano dello stile, credo che in Italia sia più enfatico e fisico mentre qui è più “deadpan”, cioè più “all’inglese”, appunto.

Pensi che la scarsa presenza del punto di vista nei comici italiani possa essere anche riconducibile alla nostra particolare situazione politica?

Non ci avevo pensato, ma suona plausibile, effettivamente nascondersi dietro un personaggio è più facile anche dal punto di vista politico. Tra l’altro durante il Festival di Edimburgo sono stato intervistato da Radio 24, la radio del Sole 24 Ore. Mi hanno chiesto se l’Italia all’estero facesse ridere e io ho risposto: “Sì, dato chi ci troviamo come Primo Ministro, ma è una risata molto amara”. Ho poi aggiunto come Berlusconi sia fonte d’imbarazzo costante per noi italiani all’estero. Beh, in 8 minuti d’intervista, quella è stata l’unica parte che è stata tagliata! Ho subito detto ai miei amici: ormai sono un vero comico italiano, sono stato censurato anch’io!

Tra l’altro, so che stai per tornare in Italia a breve…

Si. Qualche tempo fa qui a Londra sono stato invitato a esibirmi durante la presentazione di un libro di Delia Chiaro, docente d’Inglese all’Università di Bologna e studiosa di comicità, in particolare in relazione al linguaggio e a problemi di traduzione. Dato che molto del mio materiale verte proprio sulle differenze tra la lingua italiana e quella inglese, lo spettacolo ha funzionato molto bene, per cui ora sono stato invitato a esibirmi il 22 ottobre, nel corso di un convegno internazionale sulla traduzione cinematografica e televisiva organizzato dall’Università di Bologna presso la sede di Forlì. Sarà la mia prima esibizione in Italia, anche se sarà in lingua inglese. Non vedo l’ora, anche perchè credo che il tema della differenze linguistiche sia un po’ la mia nicchia: mi interessa di più di quello delle differenze culturali ed è meno affollato, dato che ci sono pochi comici bilingue in grado di occuparsene.

Ci sono dei comici famosi a cui ti sei ispirato o che vedi come modello ideale?

Quando ho iniziato paradossalmente conoscevo pochi comici, e questo forse è stato un bene. Ora ovviamente è diverso, in due anni e mezzo nel settore ho visto molto, sia dal vivo che registrato. Ultimamente sono affascinato dai comici che fanno spettacoli tematici, cioè che raccontano una storia o svluppano coerentemente un’idea, in particolare Richard Herring, Dave Gorman e Alex Horne. Uno dei motivi è che mi piacerebbe fare altrettanto ma non ci sono ancora riuscito. Poi il comico tedesco, ma residente in Gran Bretagna, Henning Wehn mi ha influenzato per il modo molto intelligente in cui gioca con gli stereotipi. Ora però sto sviluppando il tema della lingua e lì il punto di riferimento naturale è Eddie Izzard. Gli americani li conosco meno, ma mi piace molto l’intellettualismo senza vergogna di Demetri Martin. Invece molti citano Bill Hicks come modello: mi piace, ma lo sento molto lontano. Anche se quando ho letto che si definiva “Noam Chomsky with dick jokes” ho pensato: “Anch’io! Aspettate di vedere le mie battute sulla grammatica trasformazionale”.

Grazie a Giacinto per le sue risposte e la sua disponibilità. Invito tutti quelli che vogliano vederlo dal vivo o semplicemente tirargli dei vegetali addosso a non perdere il suo spettacolo del 22 ottobre a Forlì. Intanto, vi proponiamo un breve estratto da un suo show, purtroppo senza sottotitoli perché… è semplicemente intraducibile! Buona fortuna…

> – sei italianissimo eppure fai comicità esclusivamente in inglese. come mai
> questa scelta?
>

Sono a Londra da dieci anni e faccio comicità da circa due anni e
mezzo, quindi in un certo senso l’inglese è la mia lingua madre come
comico. È successo che da straniero ho iniziato ad osservare cose che
mi sembravano bizzarre e buffe e ho iniziato a scrivere queste
osservazioni. In particolare mi è capitato di scrivere un finto studio
antropologico in cui prendevo in giro la tradizione inglese della
festa di Natale aziendale e per errore l’ho inviata al capo della mia
ditta di allora. Invece di licenziarmi l’ha letta davanti a tutti
durante appunto la festa di Natale aziendale, dicendo che gli era
arrivata da un dipendente ma senza citare il mio nome. La cosa mi ha
fatto piacere, ma mi ha irritato il fatto che qualcun altro si
prendesse le mie risate. Nel frattempo però ho scoperto i “comedy
club” nei pub e ho fatto due più due, ho capito che potevo mettere in
scena io stesso il mio materiale. Così ho iniziato ad esibirmi, ma
ovviamente ho sempre scritto materiale in inglese perchè avevo in
mente il pubblico di Londra e poi di Edimburgo. Tra l’altro uno dei
miei temi è lo “chock culturale da ritorno”, il fatto che vivere
all’estero ti cambia al punto da farti sentire uno straniero nel tuo
paese nativo e la difficoltà che avrei a fare comicità in Italia e in
Italiano è un buon esempio in tal senso. Quindi avrei da ridire sul
tuo “italianissimo”, tra l’altro ora ho acquisito anche la
cittadinanza britannica, proprio per confondere ancora di più le idee.

> – che ne pensano gli inglesi del tuo fortissimo accento italiano?

La cosa buffa è che molti pensano che sia esagerato per fini comici,
mentre è assolutamente autentico! Mi è utile per creare delle
aspettative di italianità che poi mi diverto a sovvertire, per esempio
raccontando proprio della mia scelta di diventare cittadino
britannico. Non credo costituisca una barriera a farmi capire, almeno
non a Londra o nei festival. Però ho sempre fatto più fatica nela
provincia inlese e forse una delle cause è proprio una minore
familiarità con gli accenti stranieri e, in generale, con l’esperienza
molto londinese di contaminazione culturale che costiuisce il mio
punto di partenza.

>
> – da quello che puoi vedere, cosa differenzia la scena comica italiana da
> quella inglese?

Premetto che conosco poco la scena comica italiana attuale. Credo però
che ci sia prima di tutto una sproporzione in termini di dimensioni.
Per fare un esempio, una competizione per nuovi comici alla quale ho
partecipato aveva più di mille iscritti! Uno dei fattori è
l’onnipresenza dei pub, che rende facilissimo metter su un comedy club
praticamente a costo zero. All’altro estremo della piramide ci sono
gli spettacoli nei palasport, che quest’anno hanno fatto registrare il
record di vendite. E in mezzo c’è il Festival di Edimburgo, il più
competitivo al mondo. In tutto questo la televisione è importante ma
meno che in Italia o negli USA, per esempio Daniel Kitson a Edimburgo
riempie un teatro da 2.000 posti tutti i giorni per un mese alle 10 di
mattina senza essere mai apparso in televisione. Sul piano dei
contenuti, mi sembra che in Italia si faccia più “character comedy”,
cioè ci siano più comici che si esprimono attraverso la maschera di un
personaggio, spesso usando tornentoni facilmente memorizzabili e
quindi più telegenici, mentre qui ci sono più comici che si esprimono
in prima persona. Credo che qui ci sia anche una maggiore attenzione
al linguaggio. Sul piano dello stile, credo che in Italia sia più
enfatico e fisico mentre qui è più “deadpan”, cioè più “all’inglese”,
appunto.

>
> – so che stai per tornare in Italia a breve… [parlamene un po']
>

Si. qualche tempo fa qui a Londra sono stato invitato ad esibirmi
durante la presentazione di un libro di Delia Chiaro, docente
d’Inglese all’Università di Bologna e studiosa di comicità, in
particolare in relazione al linguaggio e a problemi di traduzione.
Dato che molto del mio materiale verte proprio sulle differenze tra la
lingua italiana e quella inglese, lo spettacolo ha funzionato molto
bene, per cui ora sono stato invitato ad esibirmi nel corso di un
convegno internazionale sulla traduzione cinematografica e televisiva
organizzato dall’Università di Bologna presso la sede di Forlì. Sarà
la mia prima esibizione in Italia, per quanto in inglese. Non vedo
l’ora, anche perchè credo che il tema della differenze linguistiche
sia un po’ la mia nicchia, mi interessa di più di quello delle
differenze culturali ed è meno affollato, dato che ci sono pochi
comici bilingue in grado di occuparsene.

> – anche tu, come me, hai origini pugliesi. giusto per riprendere un
> tormentone che mi ha coinvolto qualche mese fa: che ne pensi di Checco
> Zalone?

L’ho scoperto l’anno scorso vedendo il suo film e sono rimasto
folgorato, l’ho trovato ricco in idee comiche, originale e divetente.
Credo che non potrò più ascoltare “La cura” di Battiato senza pensare
alla parodia che ne ha fatto Checco Zalone. Peccato solo che si tratti
di un ennesimo personaggio, ma piacerebbe vedere cosa ha da dire in
prima persona. Tra l’altro la storia delle mie origini pugliesi e del
mio essere nato a Milano ha fatto parte del mio ultimo spettacolo a
Edimburgo, è da lì probabilmente che è nato il mio scetticismo verso
ogni discorso “forte” d’identità culturale. Essere un
milanese-pugliese è stato un ottimo esercizio per diventare poi un
italo-britannico ed entrambe le esperienze sono un’ottima occasione
per dimostrare che ciò che conta alla fine è cosa abbiamo deciso di
essere, le scelte che abbiamo fatto nella nostra storia individuale.
Dopo uno dei miei spettacoli a Edimburgo una spettatrice ha riassunto
brillantemente il tutto dicendo: “le pesone non sono alberi, non hanno
radici”.> – sei italianissimo eppure fai comicità esclusivamente in inglese. come mai > questa scelta? > Sono a Londra da dieci anni e faccio comicità da circa due anni e mezzo, quindi in un certo senso l’inglese è la mia lingua madre come comico. È successo che da straniero ho iniziato ad osservare cose che mi sembravano bizzarre e buffe e ho iniziato a scrivere queste osservazioni. In particolare mi è capitato di scrivere un finto studio antropologico in cui prendevo in giro la tradizione inglese della festa di Natale aziendale e per errore l’ho inviata al capo della mia ditta di allora. Invece di licenziarmi l’ha letta davanti a tutti durante appunto la festa di Natale aziendale, dicendo che gli era arrivata da un dipendente ma senza citare il mio nome. La cosa mi ha fatto piacere, ma mi ha irritato il fatto che qualcun altro si prendesse le mie risate. Nel frattempo però ho scoperto i “comedy club” nei pub e ho fatto due più due, ho capito che potevo mettere in scena io stesso il mio materiale. Così ho iniziato ad esibirmi, ma ovviamente ho sempre scritto materiale in inglese perchè avevo in mente il pubblico di Londra e poi di Edimburgo. Tra l’altro uno dei miei temi è lo “chock culturale da ritorno”, il fatto che vivere all’estero ti cambia al punto da farti sentire uno straniero nel tuo paese nativo e la difficoltà che avrei a fare comicità in Italia e in Italiano è un buon esempio in tal senso. Quindi avrei da ridire sul tuo “italianissimo”, tra l’altro ora ho acquisito anche la cittadinanza britannica, proprio per confondere ancora di più le idee. > – che ne pensano gli inglesi del tuo fortissimo accento italiano? La cosa buffa è che molti pensano che sia esagerato per fini comici, mentre è assolutamente autentico! Mi è utile per creare delle aspettative di italianità che poi mi diverto a sovvertire, per esempio raccontando proprio della mia scelta di diventare cittadino britannico. Non credo costituisca una barriera a farmi capire, almeno non a Londra o nei festival. Però ho sempre fatto più fatica nela provincia inlese e forse una delle cause è proprio una minore familiarità con gli accenti stranieri e, in generale, con l’esperienza molto londinese di contaminazione culturale che costiuisce il mio punto di partenza. > > – da quello che puoi vedere, cosa differenzia la scena comica italiana da > quella inglese? Premetto che conosco poco la scena comica italiana attuale. Credo però che ci sia prima di tutto una sproporzione in termini di dimensioni. Per fare un esempio, una competizione per nuovi comici alla quale ho partecipato aveva più di mille iscritti! Uno dei fattori è l’onnipresenza dei pub, che rende facilissimo metter su un comedy club praticamente a costo zero. All’altro estremo della piramide ci sono gli spettacoli nei palasport, che quest’anno hanno fatto registrare il record di vendite. E in mezzo c’è il Festival di Edimburgo, il più competitivo al mondo. In tutto questo la televisione è importante ma meno che in Italia o negli USA, per esempio Daniel Kitson a Edimburgo riempie un teatro da 2.000 posti tutti i giorni per un mese alle 10 di mattina senza essere mai apparso in televisione. Sul piano dei contenuti, mi sembra che in Italia si faccia più “character comedy”, cioè ci siano più comici che si esprimono attraverso la maschera di un personaggio, spesso usando tornentoni facilmente memorizzabili e quindi più telegenici, mentre qui ci sono più comici che si esprimono in prima persona. Credo che qui ci sia anche una maggiore attenzione al linguaggio. Sul piano dello stile, credo che in Italia sia più enfatico e fisico mentre qui è più “deadpan”, cioè più “all’inglese”, appunto. > > – so che stai per tornare in Italia a breve… [parlamene un po'] > Si. qualche tempo fa qui a Londra sono stato invitato ad esibirmi durante la presentazione di un libro di Delia Chiaro, docente d’Inglese all’Università di Bologna e studiosa di comicità, in particolare in relazione al linguaggio e a problemi di traduzione. Dato che molto del mio materiale verte proprio sulle differenze tra la lingua italiana e quella inglese, lo spettacolo ha funzionato molto bene, per cui ora sono stato invitato ad esibirmi nel corso di un convegno internazionale sulla traduzione cinematografica e televisiva organizzato dall’Università di Bologna presso la sede di Forlì. Sarà la mia prima esibizione in Italia, per quanto in inglese. Non vedo l’ora, anche perchè credo che il tema della differenze linguistiche sia un po’ la mia nicchia, mi interessa di più di quello delle differenze culturali ed è meno affollato, dato che ci sono pochi comici bilingue in grado di occuparsene. > – anche tu, come me, hai origini pugliesi. giusto per riprendere un > tormentone che mi ha coinvolto qualche mese fa: che ne pensi di Checco > Zalone? L’ho scoperto l’anno scorso vedendo il suo film e sono rimasto folgorato, l’ho trovato ricco in idee comiche, originale e divetente. Credo che non potrò più ascoltare “La cura” di Battiato senza pensare alla parodia che ne ha fatto Checco Zalone. Peccato solo che si tratti di un ennesimo personaggio, ma piacerebbe vedere cosa ha da dire in prima persona. Tra l’altro la storia delle mie origini pugliesi e del mio essere nato a Milano ha fatto parte del mio ultimo spettacolo a Edimburgo, è da lì probabilmente che è nato il mio scetticismo verso ogni discorso “forte” d’identità culturale. Essere un milanese-pugliese è stato un ottimo esercizio per diventare poi un italo-britannico ed entrambe le esperienze sono un’ottima occasione per dimostrare che ciò che conta alla fine è cosa abbiamo deciso di essere, le scelte che abbiamo fatto nella nostra storia individuale. Dopo uno dei miei spettacoli a Edimburgo una spettatrice ha riassunto brillantemente il tutto dicendo: “le pesone non sono alberi, non hanno radici”.

Dopo la calorosa accoglienza (per usare un eufemismo) data dall’esigente pubblico di ComedySubs alla nostra prima intervista a Filippo Giardina, ci aspettavamo di chiudere questa rubrica dopo un solo numero per mancanza di intervistati. Invece, eccoci qua, con un altro comico della squadra di Satiriasi: Saverio Raimondo!

Classe 1984, Saverio si è formato al DAMS ed è stato scoperto giovinetto nel 2002 da Serena Dandini, che lo ha inserito nella squadra di autori di La fattoria dei comici all’Ambra Jovinelli e di BRA – braccia rubate all’agricoltura in RAI. Dopo alcune esperienze in piccole emittenti universitarie, una commedia a teatro e una rubrica radiofonica su Radio Capital, nel 2007 approda a NessunoTV, dove conduce un suo talk show satirico, RaimondoVisione. L’anno dopo porta la trasmissione su RedTV, la “TV di D’Alema”, dove va avanti per due stagioni, prima che lo caccino a calci nel didietro a causa di alcuni sketch non esattamente dalemiani. L’episodio gli garantisce alcuni titoli sui quotidiani nazionali e alcune apparizioni a Tetris su La7. Nel 2010 ha partecipato in RAI al programma Stiamo Tutti Bene. Ultimamente si è esibito in un club di burlesque (il Micca club di Roma) e porta il suo primo monologo da stand-up comedian, Risate Finte, in giro per i teatri.

Caro Saverio, leggendo il tuo curriculum, uno si chiede: dopo aver lavorato con la Dandini, come mai hai accettato di lavorare con quei pezzenti di Giardina e Augeri?

In effetti, a leggerlo il mio curriculum suona accattivante, ma ti assicuro che non è come sembra. Lavoro come comico da quando ho 18 anni, ma sono ancora un precario dello spettacolo con lunghi periodi di magra. Ho fatto dei soldi, ma pochi. Inoltre, finiscono in fretta. Nonostante molte collaborazioni illustri non sono ancora emerso e resto un cane sciolto… e abbandonato. Insomma, sono un pezzente anch’io come Giardina e Augeri!

Quand’è che hai deciso di diventare uno stand-up comedian?

Era un’aspirazione sin da quando ho iniziato. Sono cresciuto con la mitologia della comicità americana, il mio immaginario comico è anglosassone. La mia prima performance da stand-up comedian risale al dicembre 2007, in un jazz club di Roma, perfomance rimasta isolata e giustamente caduta nell’oblio. Nella primavera del 2009 ho fatto un viaggio a Londra apposta per vedere stand-up comedy da vicino. Poi finalmente nell’autunno del 2009 è nata Satiriasi, e quella mia ambizione ha assunto contorni più concreti. Io non faccio cabaret, non lo voglio fare e penso di non saperlo neanche fare: sono un comedian. Stand-up o, se proprio proprio devo scendere a compromessi, sit-down.

Personalmente, ho sentito il tuo nome la prima volta quando ti hanno chiuso il programma a RedTv. A quasi un anno di distanza, cosa si prova?

Ho fatto programmi su RedTv finché ci sono state le condizioni per lavoraci, e cioè finché c’è stato alla direzione Claudio Caprara: fu lui a volermi e fu lui a mettermi in condizione di lavorare dandomi la libertà di dire, fare e sperimentare, con l’unico limite del budget ristrettissimo. Per me è stata un’esprerienza importante, una palestra. Poi Claudio Caprara è stato rimosso dal suo incarico da parte della Fondazione ItalianiEuropei e dall’amministrazione di Red; quella stessa amministrazione che non aveva mai fatto mistero di non apprezzarmi. Al posto di Caprara fu messo Francesco Cundari (dalemiano che scrive sul Foglio: serve altro?), uomo fidato della Fondazione. Io avevo un contratto per 6 puntate ormai firmato in epoca “caprariana”; e 6 puntate mi hanno fatto fare, non una di meno. Ma il clima in cui ho lavorato è stato di totale ostacolo e disistima, come ho raccontato “in presa diretta” nel mio programma. Per Red ormai ero “un morto che cammina”, cioè ero già ufficiosamente fuori. A quanto pare, uno sketch ha dato particolare fastidio all’amministrazione e alla Fondazione. Ovviamente, finito quel programma nessuno mi ha più proposto niente dalle parti dell’890 di Sky. D’altronde, RedTv ha chiuso ufficialmente i battenti qualche mese dopo. Cosa si prova? Prima o poi il mio rapporto con RedTv doveva finire, non intendevo legarmi a loro, e sono contento dunque di non avervi più nulla a che fare. Un po’ meno delle modalità di uscita, ma non si può avere tutto.

Molti hanno rinfacciato a Luttazzi di aver lucrato in popolarità sulla censura subita. Visto che sei stato epurato pure tu, qual è il tuo punto di vista? Sei diventato più famoso, dopo che ti hanno chiuso RaimondoVisione?

Direi di no: mi ha dato un’attimo di maggiore visibilità, ma che non ha portato a nulla. Questo anche perché io, personalmente, non ci ho lucrato né insistito; ci ho solo giocato un po’. E poi perché la mia non è stata proprio una censura a tutti gli effetti… Per dirla in battuta: “Quelli di Red non mi hanno censurato, mi hanno solo disoccupato. Bastardi, mi hanno fregato! Magari mi avessero censurato! “. Nel mio repertorio stand-up ho proprio un pezzo sulla censura e sui “martiri della satira”: chi verrà a vedere il mio spettacolo Risate Finte, sentirà il mio punto di vista sulla questione.

Se uno ti dice che il tuo stile è molto “luttazziano”, ti offendi?

Nient’affatto: mi hai appena paragonato a Hicks, Carlin, Emo Philips e un sacco di altri comici super, i migliori al mondo! Battute a parte: ritengo il paragone giustificato (non sei il primo), ma improprio. Mi spiego: penso che il valore artistico di Luttazzi sia pari a zero, ma che lui abbia avuto un ruolo culturale importantissimo per questo paese. È stato il primo ad aver portato una certa comicità, un certo stile, un certo immaginario comico qui in Italia. È stato disonesto, ma è arrivato primo. E per il grande pubblico è rimasto finora anche l’unico. Così, per chi come me fa una certa comicità, l’unico riferimento che il pubblico nostrano ha qui è proprio lui, Luttazzi. Ma in realtà quello che fa qui Luttazzi (quelle pause, quei tempi, quel genere di facce, quel genere di battute…) in America lo fanno in tantissimi. Quindi è un paragone che sussiste solo fra Ventimiglia e Lampedusa. Inoltre, mi paragonano sempre a qualcuno: da Woody Allen (di cui riconosco di esserne posseduto) a Chiambretti (…) passando per Jerry Lewis (!) . Questo per dire che qui in Italia la gente ha sempre bisogno del metro di paragone, o meglio di un riferimento sotto il quale etichettarti, leggerti, addomesticarti; non sopportano l’alieno, l’estraneo, il nuovo.

Visto che siamo su un sito che si occupa di comici stranieri: quale dei “nostri” comici preferisci? E c’è qualche comico che secondo te manca clamorosamente all’appello?

Woody Allen per me era e resterà sempre il massimo, il riferimento aureo. Amo Carlin, ma Hicks mi piace ancora di più. “Manca” il grande Mort Sahl, il primo stand-up comedian, assenza giustificata però dall’inesistenza di riprese video. E Larry David, che io adoro. Ma, anche nel suo caso, c’è qualche suo stand-up disponibile? Per esempio su YouTube ho trovato solo due video…

Quindi, sperando di riuscire ad accontentare prima o poi anche Saverio con la sua wishlist, lo ringrazio vivamente per la disponibilità (e per il coraggio) e vi propongo qui sotto un suo breve monologo in due parti in cui viene (niente di meno) torturato dalla CIA! Buona visione e alla prossima!

-ReRosso

leggendo il tuo curriculum [che riassumerò nell'introduzione], uno si chiede: come mai hai accettato di lavorare con quei pezzenti di Giardina e Augeri?

In effetti, a leggerlo il mio curriculum suona accattivante; ma ti assicuro che non è come sembra. Lavoro come comico da quando ho 18 anni ma sono ancora un precario dello spettacolo con lunghi periodi di magra. Ho fatto dei soldi, ma pochi -inoltre, finiscono in fretta. Nonostante molte collaborazioni illustri non sono ancora emerso e resto un cane sciolto -e abbandonato.. Insomma, sono un pezzente anch’io come Giardina e Augeri!
- quand’è che hai deciso di diventare uno stand-up comedian?
Era un’aspirazione sin da quando ho iniziato. Io sono cresciuto con la mitologia della comicità americana, il mio immaginario comico è anglosassone. La mia prima performance da stand-up comedian risale al dicembre 2007, in un jazz club di Roma -perfomance rimasta isolata e giustamente caduta nell’oblio. Nella primavera del 2009 ho fatto un viaggio a Londra apposta per vedere stand-up comedy da vicino. Poi finalmente nell’autunno del 2009 è nata Satiriasi, e quella mia ambizione ha assunto contorni più concreti.  Io non faccio cabaret, non lo voglio fare e penso di non saperlo neanche fare; io sono un comedian. Stand-up o, se proprio proprio devo scendere a compromessi, sit-down.
- personalmente, io ho sentito il tuo nome la prima volta quando ti hanno chiuso il programma a RedTv. A quasi un anno di distanza, cosa si prova?
Ho fatto programmi su RedTv -meglio nota come “la tv di D’Alema”- finchè ci sono state le condizioni per lavoraci, e cioè finché c’è stato alla direzione Claudio Caprara: fu lui a volermi e fu lui a mettermi in condizione di lavorare dandomi la libertà di dire, fare e sperimentare -con l’unico limite del budget limitatissimo. Per me è stata un’esprerienza importante, una palestra. Poi Claudio Caprara è stato rimosso dal suo incarico da parte della Fondazione ItalianiEuropei e dall’amministrazione di Red; quella stessa amministrazione che non aveva mai fatto mistero di non apprezzarmi. Al posto di Caprara fu messo Francesco Cundari (dalemiano che scrive sul Foglio; serve altro?), uomo fidato della Fondazione. Io avevo un contrato per 6 puntate ormai firmato in epoca “caprariana”; e 6 puntate mi hanno fato fare, non una di meno. Ma il clima in cui ho lavorato è stato di totale ostacolo e disistima -come ho raccontato ”in presa diretta” nel mio programma. Per Red ormai ero “un morto che cammina”, cioè ero già ufficiosamente fuori. A quanto pare, uno sketch ha dato particolare fastidio all’amministrazione e alla Fondazione: http://www.youtube.com/watch?v=hg0B14kewto. Ovviamente, finito quel programma nessuno mi ha più proposto niente dalle parti dell’890 di Sky… Ma d’altronde RedTv ha chiuso ufficialmente i battenti qualche mese dopo. Cosa si prova? Prima o poi il mio rapporto con RedTv doveva finire, non intendevo legarmi a loro, e sono contento dunque di non avervi più nulla a che fare. Un po’ meno delle modalità di uscita, ma non si può avere tutto.
- molti hanno rinfacciato a Luttazzi di aver lucrato in popolarità sulla censura subita. visto che sei stato censurato pure tu, qual è il tuo punto di vista? sei diventato più famoso, dopo la chiusura di RaimondoVisione?
Direi di no: mi ha dato un’attimo di maggiore visibilità, ma che non ha portato a nulla. E questo anche perché io, personalmente, non ci ho lucrato nè insistito; ci ho solo giocato un po’. Anche perchè -vedi sopra- la mia non è stata proprio una censura a tutti gli effetti: insomma, non mi hanno fatto martire. Per dirla in battuta: “Quelli di Red non mi hanno censurato; mi hanno solo disoccupato. Bastardi, mi hanno fregato! Magari mi avessero censurato! ” P.S. Nel mio repertorio stand-up ho proprio un pezzo sulla censura e sui “martiri della satira”: chi verrà a vedere il mio spettacolo Risate Finte sentirà il mio punto di vista sulla questione.
- visto che siamo su un sito che parla di comici stranieri: quale dei “nostri” comici preferisci? E c’è qualche comico che secondo te manca clamorosamente all’appello?
Woody Allen per me era e resterà sempre il massimo, il riferimento aureo. Amo Carlin, ma Hicks mi piace ancora di più. “Manca” il grande Mort Sahl, il primo stand-up comedian -assenza giustificata però dall’inesistenza di riprese video. E Larry David, che io adoro -ma anche nel suo caso, c’è qualche suo stand-up disponibile? Per esempio su YouTube ho trovato solo due video…
- se uno ti dice che il tuo stile è molto “luttazziano”, ti offendi?
Nient’affatto: mi hai appena paragonato a Hicks, Carlin, Emo Philips e un sacco di altri comici super, i migliori al mondo!
Battute a parte: ritengo il paragone giustificato -non sei il primo; ma improprio. Mi spiego; di Luttazzi io penso che il suo valore artistico sia nullo e pari a zero, ma ha avuto un ruolo culturale importantissimo per questo paese: è stato il primo ad aver portato una certa comicità, un certo stile, un certo immaginario comico qui in Italia -è stato disonesto, ma è arrivato primo ;  e per il grande pubblico è rimasto fin’ora anche l’unico.  Così, per chi come me fa una certa comicità, l’unico riferimento che il pubblico nostrano ha qui è proprio lui, Luttazzi. Ma in realtà quello che fa qui Luttazzi (quelle pause, quei tempi, quel genere di facce, quel genere di battute…) in America lo fanno in tantissimi. Quindi è un paragone che sussiste solo fra Ventimiglia e Lampedusa. Inoltre, mi paragonano sempre  a qualcuno: da Woody Allen (di cui riconosco di esserne posseduto) a Chiambretti (…) passando per Jerry Lewis (!) . Questo per dire che qui in Italia la gente ha sempre bisogno del metro di paragone, o meglio di un riferimento sotto il quale etichettarti, leggerti, addomesticarti; non sopportano l’alieno, l’estraneo, il nuovo.

Cogliamo l’occasione del cambio di dominio per inaugurare una nuova rubrica, in cui tenteremo di andare oltre la traduzione di spettacoli comici stranieri e fornire un punto di vista diverso sulla comicità e sulla satira. Iniziamo con uno sguardo a quanto di buono succede all’interno dei nostri italici confini, occupandoci dell’esperimento romano dell’Officina Satiriasi, laboratorio di satira indipendente che ha portato la stand-up comedy nei piccoli teatri della capitale. Durante la scorsa stagione di Satiriasi si sono esibiti i comici Filippo Giardina, Stefano Augeri, Claudio Fois, Mauro Fratini, Pietro Sparacino, Francesco De Carlo, Daniele Fabbri, Saverio Raimondo, Francesco Lancia, Tania Mattei e Velia Lalli. Intervistiamo quindi colui che, insieme a Stefano Augeri, è promotore del progetto: Filippo Giardina.

Allora, Filippo, descriviti in due righe.

Scrivo e porto i scena i miei monologhi dal 2003, ho fatto un film, 207 puntate di un tg satirico, ho scritto un libro, ho un sito (www.filippogiardina.com) e quest’anno ho co-fondato “Satiriasi-L’Officina della satira”. Credo profondamente nel valore dell’etica e per questo motivo vado da uno psicoterapeuta.

In pratica, in che consiste il progetto Satiriasi?

Satiriasi – L’Officina della Satira nasce da un’idea mia e di Stefano Augeri e si pone come obiettivo di portare in Italia la stand-up comedy di stampo satirico, un genere di comicità molto affermato all’estero ma che in Italia non ha ancora trovato spazio.

Cosa vi ha spinto a mettere su tutto il baraccone (oltre, ovviamente, alla sete di successo)?

Per anni ho provato a portare contenuti satirici nel mondo del cabaret, fino a che mi sono reso conto che non aveva senso fare satira alla sagra della frittella davanti a bambini, anziani e preti. Allora è nata l’esigenza di creare un’oasi di libertà in cui ci si potesse veramente divertire a dire quello che ti passa per la testa, senza retorica né falsi moralismi. Per questo motivo ogni spettacolo legato a Satiriasi ha il marchio V.M. 18 anni.

È possibile una stand-up comedy italiana? In parole povere, come avete adattato un genere tipicamente angloamericano alla nostra realtà culturale?

La stand-up comedy è un’asta, un microfono e una persona che attraverso il suo bagaglio di vissuto propone un monologo. Quindi non c’è stato bisogno di adattarlo, perchè è un genere essenziale e assolutamente universale. Credo che, oltre a essere possibile, in Italia la stand-up comedy sia necessaria.

Con quale criterio avete selezionato i comici che si esibiscono per le serate di Satiriasi?

In questi anni sono sempre stato un talebano della satira e, se da un lato questa cosa mi ha procurato disastri economici, dall’altro mi ha permesso di avere quel pizzico di credibilità per poter proporre a persone con esperienze umane, artistiche e anagrafiche ricchissime, ma lontane fra loro, il progetto “Satiriasi”, che è stato accolto con grande entusiasmo. Dentro Satiriasi confluiscono le competenze di noti autori televisivi, scrittori di commedie, improvvisatori, giornalisti, comici delusi da esperienze televisive e ogni singolo monologo viene lungamente dibattuto.

Come si svolge questo dibattito? Avete una specie di “comitato” che analizza i monologhi?

Ci mettiamo con le sedie in circolo (tipo alcolisti anonimi) e a turno ognuno dei comedians racconta, prima ancora di leggerlo, il punto di vista che intende esprimere nel monologo. Si litiga, ci si confronta, ma soprattutto ci si aiuta per cercare di far crescere ogni singolo monologo. Ovviamente la libertà di espressione è sacra e tutti i comedians possono dire quello che vogliono, sempre cercando di far sì che il monologo rispetti “Le Regole” che sono scritte sul sito.

Addirittura? Avete bisogno di imporvi delle regole?

Satiriasi propone la stand-up comedy di genere satirico e tutti i comedians per poter partecipare hanno dovuto accettare un manifesto e delle regole che il monologo doveva rispettare. Questo che sembra essere un vezzo fondamentalista in realtà è il cuore di Satiriasi, perché in Italia da qualche anno a questa parte si sta confondendo la satira con il “cabaret politico”. In circa 100 monologhi originali che sono stati proposti nella prima edizione di Satiriasi, abbiamo sviscerato quasi tutti gli aspetti di questa Italia distrutta culturalmente e moralmente senza mai lasciarci schiacciare dall’ansia di dover fare battute sulle notizie dei quotidiani. Credo che la cosa più bella di Satiriasi sia stata quella di portare sul palco delle persone che hanno raccontato non “la verità” ma la loro verità in chiave satirica. Ogni monologo di ogni comedian  ha cercato di esprimere un punto di vista su un singolo argomento e soprattutto ha cercato di essere aderente alla  regola fondamentale di Satiriasi che è: “La risata è un mezzo, non il fine”.

Cosa volete fare da grandi?

Dare una speranza a tutte quelle persone che non ne possono più di Zelig e che si sono stancate di vedere gli autori satirici come degli idoli pagani portatori di verità assolute. Il primo anno, Satiriasi ha avuto un enorme successo: abbiamo registrato il tutto esaurito in ogni serata e l’anno prossimo ripartiremo con la presentazione del mio spettacolo “Solerte Accidia” (dal 2 al 7 novembre al teatro “Trastevere” a Roma via Jacopa dé Settesoli, 3 – Tel. 06.64561129),  per poi riprendere con l’Officina verso la fine di novembre. Inoltre stiamo iniziando una selvaggia e capillare opera di comunicazione e nel prossimo mese contatteremo tutti i locali italiani per proporre questo nuovo genere di comicità: Stand-up comedy vietata ai minori di 18 anni!

Detto questo, non mi resta che ringraziare Filippo per il tempo concessoci e raccomandarvi di andare a vedere il suo monologo, che, vi assicuro, è davvero eccellente.

-ReRosso

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