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Ho appuntamento con il misterioso personaggio che si cela dietro il nickname Qualcosa del Genere a Roma, in via del Pigneto.

Cerco di riconoscere la sua figura tra i passanti di questa strada in cui convivono a stretto contatto, ma ognuno al suo rispettivo ciglio, immigrati africani e borghesia radical chic, scenario ricco di contraddizioni che sarebbe molto bello citare nell'introduzione figa a un'intervista. Non riesco a scorgerlo, eppure i messaggi che ci siamo scambiati poco prima dell'incontro lasciavano poco spazio ai dubbi: io gli ho detto che mi avrebbe riconosciuto dalla pelata, l'anellone al dito indice e la scorta di sei uomini, mentre lui si era descritto come la bambina col cappottino rosso di Schindler's List, ma senza gli ebrei grigi attorno.

Dopo qualche minuto finalmente arriva e mi stringe la mano, ed è una grande emozione vedere finalmente il volto dell'amabile persona che è dietro uno dei migliori blog oggi in circolazione.

Qualcosa del Genere

Qualcosa del Genere

Ci sediamo in un bar e iniziamo a dare forma a questa pagliacciata, non prima di aver ordinato da bere.

CS: Hai presente Fabio Fazio che intervista Dario Fo? In questa intervista io sarò un po' più prono.

QDG: È difficile essere più proni di Fabio Fazio, si passa allo yoga.

CS: Il fatto di non rivelare la tua identità è un fatto abbastanza insolito in un’epoca in cui tutti hanno la possibilità di aspirare alla notorietà. Ci sono però anche degli aspetti positivi, nel senso che tu puoi dire quel cazzo che ti pare senza timori.

QDG: L’anonimato è nato per puro caso: all’inizio non avevo nessun motivo preciso, anzi, pensavo fosse normale. C’è stato un momento in cui mi sono reso conto che mi era utile, perché mi ha sempre lasciato la possibilità di scrivere quello che mi pare. E poi sono uno a cui non piace essere al centro dell’attenzione; le volte che è capitato ho cercato di mantenere un profilo basso, di far calmare le acque. Non mi piace che qualcuno si aspetti qualcosa da me. Voglio essere lasciato molto libero.

CS: Secondo me la tua novità consiste nell’utilizzare sapientemente tecniche comiche classiche (che ormai chi è un po’ avvezzo all’argomento conosce) per dire cose talmente estreme da essere divertenti.

QDG: In realtà penso di essere estremamente sopravvalutato. Attendo l’istante in cui la gente si accorgerà che sono una truffa.

CS: Perché proprio la comicità?

QDG: Perché da piccolo non sono stato stuprato da nessuno. No, la verità è che da piccolo un tizio ha cercato di stuprarmi, io sono fuggito e lui mi ha sparato un colpo al cuore. Ma il proiettile è stato fermato da un libro di Gino Bramieri.

CS: È una delusione per tutti se non sei stato stuprato davvero.

QDG: Scrivo cose comiche perché mi diverte. Nell’istante stesso in cui non mi diverto, non ho voglia di scrivere. Quindi dalla mia prospettiva, se quello che scrivo non mi fa ridere, non serve a un cazzo.

CS: La tua prosa è un crogiuolo di sesso e violenza.

QDG: In realtà sono una persona con un estremo senso del pudore. Odio vedere la gente mortificarsi; sono il classico tipo che quando vede qualcuno in difficoltà in TV cambia canale. Provo molta empatia. Inoltre non accetto negli altri tutte quelle debolezze che in me giustifico benissimo: il sesso, l’incoerenza, l’edonismo, la droga. Probabilmente scherzare sulla mortificazione della persona è il mio modo per sdrammatizzare l’argomento. Credo che da quello che scrivo traspaia in realtà una persona molto buona.

CS: Prima postavi molto più di frequente. Adesso l’uscita di un tuo post è diventato un evento come quella di un disco dei Daft Punk.

QDG: È una cosa che mi lascia perplesso. Il sospetto è di non essere apprezzato perché quello che scrivo è divertente ma perché c’è dietro un’aura di evento.

CS: Perché tu, anche se inconsapevolmente, hai utilizzato la stessa tecnica di marketing dei Daft Punk: la grafica del sito, la musica…

QDG: Faccio le cose che a me piacerebbe vedere su altri siti. Se non le fanno gli altri, me le faccio da solo. Ci sta tutto che qualcuno pensi che dietro ci sia chissà quale presuntuosa velleità di fare il sofisticato, ma creo soltanto una cosa che a me piace.

CS: Penso che per qualche tuo post qualcuno si sia offeso, prima o poi.

QDG: Chiaro, ma alla fine io non ho nessuna autorevolezza di pensiero. Il fatto che qualcuno possa offendersi fa parte del gioco, ma non è motivo di scandalo tale da poter rompere chissà quale forma di equilibrio.

CS: Abbiamo una sorpresa per te, ci sta per raggiungere il nostro amico Roberto Saviano.

QDG: Ahahah. Poveraccio Saviano.

CS: La prima volta che ho letto una tua cosa che parlava di lui, sono rimasto un po’ turbato. Forse non ero ancora pronto a non vedere più Saviano come un eroe.

QDG: Saviano è un personaggio comico perfetto; possiede un sacco di requisiti notevoli. Anzitutto ha un’antagonista illustre, che è la camorra; questo nel gioco delle parti lo colloca automaticamente tra i buoni, e la gente adora accanirsi sui buoni. Poi ha diverse caratteristiche interessanti sulle quali puoi speculare un sacco: la reclusione, l’essere soggetto a continue vessazioni, la calvizie, le movenze. A questo si aggiunge il suo essere vittima e al tempo stesso fautore di un mercato osceno che quello che del buonismo televisivo. Infine si tratta di una persona che ha manifestato comprensibili slanci di narcisismo; dopotutto stiamo parlando di un nostro coetaneo che ha venduto milioni di libri e che viene osannato come un eroe-profeta. Di certo è un ragazzo che si è trovato ad affrontare qualcosa molto più grande di sé.

CS: Ma con un post come “R.S.”, non ti stai appunto accanendo su una vittima?

QDG: A me interessa giocare con il personaggio. Quando qualcuno commenta i miei pezzi scrivendo cose tipo “Hai ragione! Saviano è un pezzo di merda, dovrebbero togliergli la scorta”, non mi trova affatto d’accordo.

CS: Ma non rischi, così facendo, di finire citato da Il Giornale?

QDG: Non penso. Il messaggio di “R.S.” non è “Togliete la scorta a Saviano”, ma “Saviano è una persona in difficoltà”. Non ci sta più con la testa. È una persona che subisce le devianze di una vita alienata.

CS: Ha anche fatto un pistolotto contro gli anonimi che lo insultano su Internet.

QDG: Sta facendo il permaloso, il rancoroso, pensa che tutti ce l’abbiano con lui. Credo semplicemente che non sia ben consigliato. Non ha attorno qualcuno che gli faccia capire qual è lo spirito della rete: non puoi lottare contro il cazzeggio selvaggio dei ventenni che fanno i meme. E’ una guerra impari e sterile. Per quel che mi riguarda, è un capitolo momentaneamente chiuso. Sono nella fase in cui Saviano è un dolce cucciolotto che dev’essere accudito.

CS: Tu hai anche un profilo su Facebook. C’è qualcosa di positivo in Facebook?

QDG: No, nulla. Facebook è un’industria che si avvale di una forza operaia di milioni di utenti che lavorano 24 ore su 24 immettendo gratuitamente contenuti, alcuni dei quali molto validi. Lavoro in buona parte minorile, che viene ricompensato vendendo i tuoi dati sensibili al miglior offerente.

CS: Una volta hai scritto: “Steve Jobs ha accorciato le distanze tra ciò che siamo adesso e ciò che non saremo mai."

QDG: Internet è capitato nel momento storico peggiore in cui poteva capitare, ovvero nel ben mezzo di una generazione di disoccupati. Sta succedendo come in quei film di John Carpenter ambientati nelle metropoli post-apocalittiche in cui i poveri si rifugiavano nelle fogne e creavano una civiltà parallela, con dinamiche proprie, una loro moneta locale. Adesso i poveri sono due-tre generazioni lavorativamente non collocabili e la moneta legale è diventata il like. Un microcosmo in cui il riconoscimento non è più economico ma soltanto di autostima, dove la vita sembra andare avanti ma è solo una percezione di apparente mobilità: esce una nuova puntata di Breaking Bad, scorre la timeline di Facebook, bisogna aggiornare il nuovo iOS, mentre fuori tutto è immobile. Fuori da Internet tutto è fermo. Posso dire una cosa? Questo tipo di interviste mi mette a disagio, sembra che sto pontificando, è bruttissimo. Tagliamo tutto, parliamo di cose più semplici.

CS: Mi spiace che trascrivendo l’intervista non si potrà restituire al lettore tutto il contesto che c’è attorno, lo spirito con cui mi hai risposto, gli effetti della droga che stiamo consumando. È da mettere in conto che potrai apparire in un certo modo che in realtà non è. Qual è la tua malattia preferita?

QDG: Dipende. A trasmissione sessuale o varie?

CS: Varie.

QDG: Non chiedermi quale delle malattie veneree preferisco, perché sarebbe come dover scegliere tra i miei figli. Letteralmente, visto che a ciascuno ne ho trasmesso una diversa. Mi piacciono le malattie autoimmuni, sono quelle in cui il sistema immunitario si ribella contro il corpo che dovrebbe difendere; immaginale come una carica della polizia durante il G8 a Genova. Però la mia preferita è il morbo di Cushing: deriva da un tumore ipofisario o dall’abuso di cortisone, e in sostanza causa un aumento dei livelli di cortisolo, che è l’ormone dello stress. Si manifesta con obesità, glicemia alta, peluria diffusa e irritabilità caratteriale. In pratica può trasformare una modella di Intimissimi in Giuliano Ferrara nel giro di sei mesi.

CS: Che ne pensi del rapporto tra comicità e droga?

QDG: Tieni presente che quando avevo 16-17 anni non c’erano Internet, torrent o film in streaming; quindi nel tempo libero o giocavi a calcetto o ti drogavi. E, come avrai notato dai miei possenti polpacci, io mi drogavo. È una cosa che continuo a fare, ma ho la fortuna di viverla in modo molto sereno. Detto questo, credo che il connubio tra droga e comicità sia nel lungo periodo abbastanza deleterio. La carriera di tutti i comici che hanno avuto famose storie di tossicodipendenza segue una parabola molto simile. Bruce, Hicks, Pryor, nel suo piccolo Stanhope. Hanno tutti attraversato una fase iniziale in cui la droga aveva effettivamente aperto loro nuove prospettive di pensiero, aveva rivoluzionato la loro creatività, gli aveva permesso di rompere schemi mentali precostituiti. Poi è inevitabilmente seguita l’assuefazione, il momento in cui cominci ad abusare nella speranza di spremere ancora il tuo cervello come un limone, ma non esce più nulla e non te ne fai una ragione. Segue la depressione, e ti trasformi in un profeta disincantato: il mondo è una merda e tu hai capito tutto. Rivedere quel periodo in Bill Hicks mi fa sempre molto male. Saliva sul palco e lanciava invettive sconnesse; la sua arroganza contro lo spettatore nascondeva la frustrazione verso se stesso. Non faceva più ridere. Era entrato nella fase in cui pensava che dire la verità, che dire semplicemente come stanno le cose, fosse sufficiente per far ridere: il che non è vero. Lui meglio di tutti gli altri sapeva che devi metterci anche tecnica, devi saper bilanciare i toni. L’ultima battuta intelligente sulle droghe l’ha fatta Louis C.K.: “Le droghe sono talmente buone che possono rovinarti la vita”.

CS: Il fine di una battuta o un pezzo quindi deve essere per te che cosa?

QDG: Il fine è far ridere. Perché, ne esiste altro? Quale altro fine può esserci? Se vuoi lanciare messaggi, fallo pure, ma a me già la parola ‘satira’ sta antipatica, perché aggiunge questo compito di fustigazione dei costumi e della morale che trovo abbastanza presuntuoso. L’unica regola della comicità è che devi avere in mente qualcosa che faccia ridere. Se la gente ride, ok, altrimenti te ne fai una ragione. Esistono mille modi per far ridere e hanno tutti una loro dignità, da alcune trovate di Lino Banfi a cose più sofisticate come i monologhi di Stewart Lee. Anzi, a me questa sorta di snobismo che si è creato tra i cosiddetti ‘puristi’ della satira nei confronti di forme più pop come Spinoza o derivati sta un po’ sui coglioni. La rete è grande: c’è spazio per tutti. Per come la vedo io il punto non è come lo fai: magari con una frase di un rigo riesci a esprimere un concetto o a fare una battuta che in mezz’ora di monologo non sei in grado di tirare fuori. Il problema è perché lo fai. Se lo fai nella speranza che, scrivendo l’ennesima battuta sull’inutilità del PD o l’ennesimo pezzo sui fuoricorso che vanno in Salento a ballare la pizzica, riuscirai a raccattare un tot di like in modo che un giorno la rivista X ti noti e ti assuma, allora hai un obiettivo preciso. Ma non devi raccontarmi che quella roba ti fa ridere – perché non ci credo che nel 2013 ancora ti diverti a parlarmi dei 10 peggiori stereotipi degli hipster o di quanto faccia cagare Vasco Brondi. Sono strade già percorse da tempo, stai solo cercando consensi facili. Anche perché, se davvero sei convinto che quella roba faccia ancora ridere, fai prima a fare altro nella vita. Per esempio una doccia, cosa che molti di loro non fanno.

CS: E di uno come Crozza che mi dici?

QDG: Il fatto che sia attualmente considerato la punta di diamante della satira politica in Italia è indicativo di quanto sia basso il livello generale. I monologhi di Crozza in mezz’ora finiscono su tutti i siti d’informazione, Repubblica, Corriere, una cosa impressionante.

CS: Perché secondo te? Perché non è scomodo?

QDG: Perché è accomodante, sì. Ha creato una forma di satira che consiste nella complicità goliardica con il suo bersaglio. In ogni monologo di Crozza a Ballarò, c’è un momento in cui lui si rivolge al politico ospite: “Ah ecco qui, c’è Lupi, buonasera Lupi”, e fa quella mezza battuta a cui Lupi è stato addestrato a reagire. Il pubblico è molto incuriosito, paradossalmente, dal dialogo Crozza-Lupi, e spererebbe nella lite, che però ovviamente se avviene è solo perché rientra nel gioco delle parti. Però in generale, ripeto, io ho il vantaggio di scrivere pezzi comici senza alcun intento professionale. Posso scriverne uno in sei mesi o posso scriverne due in un giorno. Mi rendo conto che chi invece intraprende questa carriera seriamente deve arrivare a una serie di compromessi, rispettare degli impegni. È più da stimare la fatica che ci mette un autore televisivo o il blogger che ogni giorno deve pubblicare qualcosa sul proprio sito, che quel coglione di Qualcosa del Genere che di tanto in tanto fa il frocetto e dice: “Ohi, ragazzi, ho scritto 400 righe di post finto-intellettualoide perché sono a corto di troie”. Quello che faccio io è più facile, perché è puramente umorale.

CS: Berlusconi è superato? L’avrai nominato forse due volte sul blog.

QDG: Non è superato, è che non sono in grado di usarlo come vorrei. Se vuoi fare qualcosa di notevole su Berlusconi non devi scadere in ciò che tutti si aspettano.

CS: È più importante sorprendere?

QDG: No, è più importante aggiungere qualcosa. Altrimenti che cazzo te ne fai? Cosa ne avrei in cambio, cento like in più? Che me ne fotte?

CS: Che fine ha fatto il tuo pesce rosso Sushi?

QDG: Qualche tempo fa dovevo partire in vacanza e non potevo portarlo con me in aereo; sai, per la storia dei liquidi. Così l’ho travasato nell’acquario professionale di un amico, pieno di pesci tropicali, col timer che erogava il mangime. Tornato a Roma non ho avuto il coraggio di travasarlo nella boccia: sarebbe stato come se dopo aver trascorso un mese a Ibiza ti rinchiudessero per il resto della tua vita in uno stanzino arredato con un sasso e i tuoi escrementi. Rischi di diventare paranoico e scrivere libri capziosamente allarmisti sulla cocaina. Credo che invece sia morto felice tra le squame di un’orata brasiliana con l’AIDS. Adesso ne ho preso un altro a cui mi sono ripromesso di non far mai conoscere le gioie della vita sociale. Si chiama Generale Dalla Chiesa.

CS: Qual è la dote che vorresti avere?

QDG: Saper rispondere alle domande di merda. Scherzo, direi la costanza. La costanza nel rispondere alle domande di merda.

CS: Un paese da visitare?

QDG: Castelbuono, in provincia di Palermo. Nel weekend prima di ferragosto c’è uno dei migliori festival di indie in Europa.

CS: L’Ypsigrock?

QDG: Bravissimo. Si tiene dentro un castello e ogni anno c’è una line-up di gruppi incredibili. Una roba pazzesca.

CS: A che ora ti svegli al mattino?

QDG: Presto.

CS: Bill Hicks o George Carlin?

QDG: Hicks.

CS: Nonostante la droga?

QDG: Soprattutto per la droga.

15 Commenti a “Le interviste di ComedySubs – In bed with Qualcosa del Genere”

  • Daniele Luttazzi:

    Lui si' che fa ridere! Altro che Saverio Raimondo Filippo Giardina e compagnia bella!

  • Giorgio Montanini:

    Ciao a tutti. Sono compagnia bella!

  • daniela montinaro:

    Scusa potresti almeno dirci se possiamo continuare a smanettare con le fantasie erotiche su di lui o se è solo tempo perso?

  • Adrien Vaindoit:

    sopra c'è la foto

  • La bellezza è il mezzo, non il fine.

  • beh potete dirgli tutto,perfino che sono belli,ma non potete dire che non fanno ridere.

  • beh no, potete dirgli tutto,perfino che sono belli,ma non potete dire che non fanno ridere.

  • ukulele:

    ahah, che tocco di classe Exquisite Corpse come colonna sonora

  • ALESSANDRA:

    Io posso dire ke l'ho conosciuto ed è veramente un fiko!!

    alla mano e con grandi doti nascoste.

  • orfanodipadre:

    Un mio consiglio a QDG. Come tu stesso avevi fatto notare in un'altra brillante intervista, e' dura immaginare un Luttazzi strafatto di LSD in tangenziale. Ecco, il discorso vale anche per te.

  • koo:

    q. è da diversi anni il miglior comico in italia per stile contenuti e innovazione.è quello con cui tutti gli altri devono confrontarsi.si pensava che dietro c'era luttazzi,quando ancora luttazzi era dio.poi il dio è caduto e qualcosa è rimasto.fallo diventare il tuo lavoro,coglione.provate a tradurlo

  • salvatore:

    "Ciao a tutti. Sono compagnia bella!"

     

    ahahahahahahahhahaahahahahahah

  • Anon:

    Cadaveri squisiti!

  • Philip Morris:

    Minkia, Andrien era così su di giri quando ha intervistato Qualcosa del Genere che ci ha messo quattro domande prima di usare un punto interrogativo finale. Sembrava Pino Daniele che va in stazione a prendere Pat Metheny. Sembrava Pat Metheny che apre la portiera a Lyle Mays. Sembrava Lyle Mays che si masturba al ritmo di un Paganini per pianoforte. Che dire dell'intervistato invece? "tagliamo tutto" "non voglio pontificare" "Adrien, ma quante querele ti vuoi beccare?"  

  • 13:

    E' passato oltre 1 anno che sveglio che sono.

    Comunque, ok è un hobby per QDG.

    Però ho notato che alcuni post non sembrano essere scritti dalla stessa persona (soprattutto su fb vista la rarità dei post).

    Questo intervistato doveva essere l'altro.

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